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Storia di un paese adottato: il Veneto che guarda a Chipilo, Messico (e tremano insieme)

Per Wikipedia Chipilo è “una comunità di discendenti di coloni veneti (la maggior parte di Segusino, 2mila abitanti nell’alta provincia di Treviso) emigrati in Messico verso la fine del XIX secolo. Viene definito “un caso unico nell’emigrazione messicana poiché mantiene ancora oggi una numerosa comunità (circa i 2/3 del totale cittadino di 4.000 abitanti) che parla il veneto in famiglia. Gli Italiani di Chipilo in passato si sono caratterizzati per un notevole attaccamento al Regno d’Italia, al punto di arrivare a chiamare “Monte Grappa” la collina sovrastante la cittadina”.

Dopo il terremoto che ha colpito il Messico, dal paese trevigiano sono partiti messaggi di apprensione rivolti ai “parenti” oltre oceano, per capire se stessero tutti bene. Quando sono arrivate le risposte hanno parlato di grande distruzione, ma fortunatamente senza lutti. Ora si penserà a ricostruire, di nuovo.

Un libro del 2004, “Grandi e grosi da Chipilo” (di J. Agustin Zago Bronca e Gianluigi Secco), racconta “L’odissea di una comunità”:

“Quando i fondatori di Chipilo misero piede per la prima volta in Messico, il 23 settembre 1882, iniziarono un lungo processo d’integrazione nella nuova realtà geografica, sociale, politica ed etnica che avevano scelto liberamente, dopo aver lasciato il Paese dei loro avi” si legge nel capitolo “Il paese adottato”.

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Negli stessi anni dal Veneto molte famiglie partirono, oltre che per il Messico, per Argentina, Uruguay, Brasile, ma anche Belgio, Francia,  Svizzera e Germania:

“La realtà agricola veneta era piena di contrasti e ingiustizie. La campagna produceva ricchezza per pochi e miseria per molti. Considerando tuttavia la sovrappopolata realtà veneta, la soggezione a quei terribili carichi fiscali, compresi i pagamenti agli strozzini, dobbiamo concludere che la situazione era peggiore di quella messicana”.

E dunque

“cosa poteva fare un contadino, padre di otto figli, che probabilmente doveva mantenere anche i propri genitori, con solo due ettari di terra, se li aveva, o una piccola stalla? La risposta poteva essere solo una: cercare in un altro luogo condizioni migliori, che permettessero di mettere sul tavolo della famiglia cibo più abbondante e di buona qualità. Per il contadino d’ogni tempo o paese, infatti, la felicità si riduce a questo”.

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Perché, si chiede il libro, dopo il 1881 così tanti emigrati?

“Nel caso particolare di Segusino un altro fattore che mise in moto il fenomeno dell’emigrazione fu l’insistente propaganda degli agenti delle ditte d’emigrazione. Questi non sempre operavano nella legalità e ingannavano facilmente le persone con false promesse di salari elevati”.

Nell’ottobre del 1882, nel centenario della fondazione della colonia, le comunità di Segusino e Chipilo decisero il gemellaggio:

“Non è eccessivo affermare che i chipileni sono da sempre fieri della propria origine, soprattutto perché hanno saputo riconoscere i valori ereditati dai loro avi, come la laboriosità, il rispetto per la famiglia, caratteristiche tradizionali della regione veneta… Molti chipileni hanno avuto l’opportunità di riscontrarlo quando, negli anni Settanta, fecero visita ai paesi dei loro nonni e bisnonni, osservando che Segusino e i paesi vicini occupavano allora i primi posti nello sviluppo industriale dell’Italia”.

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Chipilo nacque come un’utopia, “parte del progetto illusorio di qualcuno che pretese di risolvere un problema troppo grande e complesso con mezzi insufficienti e non ben definiti”.

Un processo lungo e doloroso:

“Uno dei dolori più atroci sofferto lungo la strada fu, senza dubbio, l’ambivalenza provocata dall’urto di due culture diverse e lontan; il non essere né di qua né di là; il non sentirsi parte della nuova storia, pur sapendo di non appartenere più a quella che si aveva; l’essere oggetto di ostilità e saccheggi, sotto il falso pretesto di ideali sconosciuti; l’imparare e il dimenticare, adattandosi a un nuovo quando c’è ancora la nostalgia dell’antico; il dover vivere una continua revisione della propria identità, decidendo quali valori conservare, quali lasciar perdere e quali adottare; il dover, infine, costruire una nuova esistenza e un nuovo modello di rapporto e reciprocità con una realtà del tutto nuova, e tutto questo mentre si lotta per la vita, per la propria sopravvivenza, per la propia dignità e per il diritto di costruire un benessere per i propri figli”.

Il comune di Segusino ha anche pubblicato un dizionario del dialetto veneto parlato qui e a Chipilo: ogni parola tradotta in quattro lingue (jumble in inglese, revoltijo in spagnolo, disordine in italiano, rebalton in veneto). L’autrice è una antropologa americana, Carolyn MacKay, interessata allo strano caso di due comunità che insieme non superano i 5mila abitanti, geograficamente lontane, ma che condividono la stessa lingua (incluse le imprecazioni).  Non solo quella: perfino il repertorio culinario chipilegno risulta ancorato alla tradizione veneta. “Alla base della cucina c’è il mais, utilizzato in ogni possibile forma e modo, in modo culturalmente assai più provato che da noi, che pure passiamo per polentoni”, racconta il libro di Secco e Zago Bronca, dove non mancano una parte di ricettario e le canzoni più popolari.

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