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Sette anni dopo, le imprese italiane con crediti mai riscossi in Libia sono un po’ meno sole

“Diplomazia economica vuole dire sostegno alle esportazioni, all’attrazione di investimenti, alla promozione del brand Italia, ma anche tutelare le nostre imprese che investono all’estero, assumendo talvolta pesanti rischi. L’internazionalizzazione è oggi una necessità per le imprese, ma è un cammino complesso su cui pesano scenari geopolitici ed economici non facilmente prevedibili. Possiamo continuare ad avere successo solo se Governo e imprese agiscono insieme, tramite una azione di sistema”.

In una nota della Farnesina il ministro degli Esteri Alfano esprime soddisfazione per l’approvazione, lo scorso 20 dicembre, di un emendamento alla legge di Bilancio che stabilisce forme di indennizzo per i cittadini e le imprese che hanno subito le conseguenze della situazione politico economica in Libia (dal 2011) e in Venezuela (dal 2013).

Erano sette anni che le imprese italiane in Libia chiedevano aiuto: alcune, nel frattempo, sono fallite, altre hanno cercato nuove strade. Nel febbraio 2011, avevano dovuto precipitosamente lasciare il Paese. Lavoravano su diversi fronti, molte erano sul posto senza una specifica copertura assicurativa per rischi legati alla situazione politica, forti del trattato di amicizia firmato con l’Italia. Di 132 aziende (fonte ICE) presenti in Libia prima della Primavera Araba, solo due erano assicurate. Le altre hanno inutilmente chiesto, per anni, almeno la certificazione dei crediti e la sospensione delle imposte.

La svolta segue di una manciata di giorni (otto) la presa di posizione del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, che il 12 dicembre ha approvato un ordine del giorno sulla “necessità di approvare l’emendamento circa il diritto a indennizzo da parte di cittadini, enti e società che vantino crediti inesigibili da parte di stati esteri”.

Una iniziativa nata da una regione di confine, «che proprio in quanto tale ha visto molte delle sue imprese finire in difficoltà e subire gli eventi e i contraccolpi di crisi altrui – spiega Alessandro Colautti, consigliere regionale – Per questo siamo intervenuti come abbiamo potuto, ad esempio con l’ultimo assestamento di bilancio, creando un fondo di rotazione mirato a garantire un po’ di liquidità a piccole realtà. Ricordo il caso di una azienda di yogurt, messa a rischio dall’embargo russo, ad esempio. Nel caso della Libia il consiglio ha votato all’unanimità, e abbiamo subito informato il Governo sperando che qualcosa si sbloccasse». Fra le persone che si sono impegnate per questo risultato c’è Ettore Rosato, capogruppo del PD alla Camera dei deputati dal 16 giugno 2015.

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Così, in effetti, è avvenuto: «La grande difficoltà era ricostruire la situazione- sottolinea Isidoro Gottardo, ex parlamentare e ora consigliere del ministero degli Esteri – e la sua esatta dimensione. Ecco perché il fondo creato, anche se insufficiente, al di là della copertura oggi disponibile serve a mettere in moto un meccanismo: quello per cui le aziende che hanno crediti documentati ce lo segnalano e vengono risarcite, mentre lo Stato diventa creditore al loro posto. Era l’unica strada possibile, visto che per usare i fondi del trattato di amicizia (nella foto lla stretta di mano Gheddafi Berlusconi) in questo momento non si poteva contare su un interlocutore in Libia».

gheddafi_berlusconi_adn-400x300Ora la procedura prevede che, in accordo con il ministero delle Finanze, la Farnesina scriva le regole di accesso al fondo. Oltre alla boccata di ossigeno per le aziende coinvolte, c’è il messaggio di fondo di un Paese che non lascia sole le proprie imprese.

Fra le aziende che più si sono battute per denunciare la solitudine delle imprese italiane all’estero e vedere riconosciuti i propri crediti c’è la friulana Friulana Bitumi International, di Gianni De Cecco, che nel 2008 aveva creato una filiale operativa nel Paese africano. In quel periodo aveva, tra l’Italia e la Libia, più di 50 tra dipendenti e collaboratori oltre all’indotto, e altri 60 nello studio di progettazione IN.AR.CO. L’azienda aveva ideato e parzialmente realizzato la prima città concepita con criteri di sostenibilità, Sidi Al Hamri, sulle montagne della Cirenaica, per 72mila abitanti. Nella progettazione, che ha raggiunto solo il 50% del totale, è stato coinvolto anche lo studio di Udine. «Tutti i politici che hanno una coscienza hanno fatto la loro parte – spiega De Cecco – Ora ci sarà da leggere il testo dell’articolo di legge, ma è la prima volta che in sette anni che le istituzioni si accorgono di noi e dei risarcimenti che attendiamo».

La ricostruzione dello stato di fatto, tre anni dopo la fuga delle imprese, parlava di 130 imprese sul filo, 1.500 addetti e 600 milioni di crediti. Oggi manca un quadro aggiornato della situazione.

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Lo scorso luglio, nel vertice economico di Agrigento, Damiano Gianfranco, presidente della Camera di commercio Italo libica, oltre a sottolineare il ruolo strategico delle nostre imprese nella fase di ricostruzione del Paese, con funzione anche di stabilizzazione sociale, aveva rilanciato il tema dei crediti: “È difficile che questi possano essere saldati nell’immediato dai libici; le condizioni attuali non lo permettono ancora. La capacità finanziaria attuale della Libia è impegnata, e resta comunque insufficiente, per le esigenze primarie del Paese”. Per questo aveva indicato un percorso alternativo: “È necessario il coinvolgimento della Banca Centrale Libica (LBC) attraverso la costituzione di un team che riaggiorni quanto già sottoscritto nel 2013, accordo che va consolidato e dove necessario verificato e chiarito, considerato che tra i libici si fanno emergere dei dubbi”. Al governo italiano Damiano aveva richiesto l’apertura di un tavolo di crisi presso la presidenza del Consiglio dei Ministri per alleviare il “disagio” del centinaio di imprese creditrici per circa 900 milioni di euro, con circa 2.500 dipendenti ed un indotto di 12mila addetti: “Si tratta di un comparto che, se ben utilizzato, può supportare strategicamente l’ingresso di nuove imprese in Libia”.

Damiano aveva anche ricordato che sono sul tavolo ancora i crediti degli anni ‘90, quando allora c’erano condizioni migliori, e allora il “sistema Paese” si era dimostrato incapace di essere al fianco delle imprese: “Le aziende italiane vogliono rientrare appena possibile in Libia a terminare commesse, a concretizzare offerte, a trasferire know how e a essere partner concreti nella ricostruzione e nell’elaborazione di un disegno futuro di concretezza e di benessere. Il turismo, l’ambiente, la ricerca, la pesca, l’agricoltura, il restauro, la formazione… sono ambiti nei quali mettiamo a disposizione un patrimonio straordinario”.

La notizia dell’accordo sui crediti è stata data anche in Libia:

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Questa è la testimonianza degli ultimi giorni di una azienda italiana in Libia.

«Oggi ho ripensato a mercoledì 16 febbraio 2011. Mi sono letto gli appunti che avevo scritto in quei giorni ed ho rivissuto i momenti in cui ad Al Bayda, dove avevo gli uffici e abitavo, sono iniziati i tafferugli. A Benghazi erano iniziati lunedì 14 e tutti i collaboratori e conoscenti libici erano molto preoccupati. Il pomeriggio del 16 eravamo tutti in ufficio, una villa posta a un centinaio di metri dal campo di calcio, quando abbiano notato che a partita ultimata le grida e le urla continuavano e diventavano sempre più forti. I dipendenti libici ci hanno riferito che c’era una manifestazione, evento che non avevo mai visto in Libia fino ad allora.
Ogni tanto si sentivano dei colpi di fucile e di mitra. La sera è venuto a farci visita padre Pietro, un francescano che viveva nell’ospedale di Al Bayda assieme ad alcune suore che erano molto considerate dalla popolazione per quello che facevano. Nel frattempo il cuoco tunisino, Amadhi, era tornato in villa tutto spaventato con in mano dei bossoli di mitra. Quella sera, per la prima volta, mi sono fatto accompagnare a casa anche se gli appartamenti distavano un centinaio di metri dagli uffici.

Giovedì, al mattino, c’è stato un silenzio di tomba fin dopo la preghiera delle 13, quando si sono scatenati. Fuori dal recinto degli uffici c’era la guerra e, quando uno dei miei collaboratori ha aperto il portone per vedere cosa stava accadendo, gli hanno gridato di tornare in casa che gli italiani non c’entravano. Le manifestazioni, gli spari, sono continuati fino a notte fonda.
Venerdì hanno bruciato l’aeroporto di Al Bayda. A questo punto noi eravamo tagliati fuori perché ci trovavamo a 1.300 km da Tripoli. Dopo una breve riunione con i collaboratori italiani abbiamo deciso di partire.
Devo dire che ho preparato la valigia pensando di tornare molto presto, anche se poi siamo tornati ad evacuare gli uffici alla fine del 2011 in fretta e furia. Da Al Bayda a Benghazi in furgone. Da Benghazi a Tripoli in aereo. Domenica 20 febbraio rientro in Italia. Mi dispiace per quello che è accaduto, e perché gran parte libici ci considerano amici. Non posso aiutare chi è rimasto. Spero di poter, un giorno, rientrare in Libia, quando le condizioni lo consentiranno, per continuare quello che stavamo facendo».