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Quanto dura davvero un contratto a tempo indeterminato? Uno su tre non supera l’anno, oltre metà finisce con le dimissioni

Un contratto a tempo indeterminato su tre non supera l’anno di vita, ma all’aumentare dell’anzianità del rapporto di lavoro aumenta anche la probabilità di mantenerlo, soprattutto dal sesto anno in poi.
E la metà di quanti lasciano il proprio posto di lavoro lo fa volontariamente: il 55% dei rapporti a tempo indeterminato cessati nel 2016 si sono infatti chiusi con le dimissioni del lavoratore.
Sono gli ultimi dati dell’Osservatorio Mercato del Lavoro sulla durata effettiva dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

I dati sono contenuto nella pubblicazione della Misura 72 dell’Osservatorio Mercato del Lavoro di Veneto Lavoro dedicata alla durata effettiva dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Dall’approfondimento, realizzato con l’obiettivo di osservare l’evoluzione del mercato del lavoro veneto negli anni della crisi e i primi effetti delle novità normative introdotte negli ultimi anni (Jobs Act, incentivi ecc.), emerge che circa il 30% dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato attivati in Veneto tra il 2008 e il 2015 si è concluso entro un anno, con l’eccezione del 2015 quando tale quota è scesa al 24%, soprattutto per effetto della decontribuzione varata dalla Legge di stabilità 2015. Un incentivo (di durata triennale) che ha determinato non solo un aumento del numero di attivazioni ma anche un incremento del tasso di sopravvivenza del rapporto di lavoro.

Sulla durata di un rapporto a tempo indeterminato incide notevolmente l’esser stato preceduto da un altro contratto: le trasformazioni da tempo determinato o apprendistato mostrano infatti maggiori probabilità di sopravvivenza rispetto alle assunzioni effettuate direttamente con contratto a tempo indeterminato. Il 90% delle trasformazioni supera l’anno di vita, il 65-70% i tre anni e il 50-55% dura oltre i cinque anni. Una circostanza comprensibile se si considera che la trasformazione a tempo indeterminato denota sia da parte del datore di lavoro che del lavoratore la volontà di proseguire un rapporto già collaudato.

I settori nei quali il contratto a tempo indeterminato risulta più duraturo sono la Pubblica Amministrazione (oltre vent’anni), il credito, le telecomunicazioni, l’istruzione e alcuni comparti dell’industria (utilities, ceramica, oreficeria), mentre turismo, servizi di pulizia e vigilanza mostrano al contrario durate molto più brevi, al di sotto dei 4 anni.

Molto spesso è il lavoratore a voler lasciare il “posto fisso”: le dimissioni rappresentano infatti la causa di oltre il 50% delle cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, mentre i licenziamenti (disciplinari, individuali e collettivi) interessano il 30% dei casi. I rapporti interrotti per pensionamento oscillano tra i 6.000 e i 10.000 l’anno, con due importanti eccezioni: nel 2013 sono crollati a meno di 4.000, mentre nel 2015 sono saliti fino a 11.500 per il raggiungimento dei requisiti richiesti da parte di un cospicuo numero di lavoratori che erano rimasti bloccati nel 2011 dalla riforma Monti-Fornero.