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Un milione e mezzo di pandori per salvare l’azienda dal fallimento: la campagna dei dipendenti #NoiSiamoMelegatti

Quest’anno, comprare il pandoro per Natale potrebbe significare appoggiare la battaglia per salvare la storica Melegatti dal fallimento. Nella solidarietà dei clienti, vecchi e nuovi, sperano 156 lavoratori (di cui 70 fissi, gli altri stagionali) attualmente in cassa integrazione, senza stipendio da agosto e in presidio fisso per settimane. Del resto, la solidarietà è stata tangibile per altre aziende finite in difficoltà, da Nord a Sud: dal torronificio Scaldaferro, ridotto in macerie dal tornado che ha colpito la Riviera del Brenta nel luglio 2015, e intenzionato a ripartire in due mesi per non perdere la produzione natalizia, alla pasta Rummo danneggiata dall’alluvione dell’ottobre 2015 a Benevento.

</span></figure> L’azienda Melegatti a Verona, 4 ottobre 2017 ANSA
L’azienda Melegatti a Verona, 4 ottobre 2017 ANSA

I dipendenti della Melegatti avevano detto subito si alla possibilità di tornare al lavoro, nonostante le difficoltà; l’assemblea si è riunita lo scorso 8 novembre, dopo che in mattinata in prefettura si era tenuto l’incontro con i sindaci di San Giovanni Lupatoto e San Martino Buon Albergo (i Comuni dove si trovano i due stabilimenti del gruppo) e Giambruno Castelletti, il ragioniere commercialista esperto in crisi aziendali, con la rappresentanza dei lavoratori.

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Era questo il primo step necessario a evitare il fallimento, dopo che è stata presentata una richiesta di concordato al Tribunale. L’obiettivo è ora salvare la campagna natalizia. «La gestione della crisi prevede l’ingresso di un socio finanziatore, un fondo, che mette inizialmente 6 milioni, e poi altri 10 per la successiva campagna pasquale – ha spiegato Paola Salvi, Flai Cgil – Con grande responsabilità le maestranze hanno accettato subito di riprendere il lavoro dopo l’autorizzazione del tribunale. Abbiamo solo chiesto che venga autorizzato il versamento della retribuzione di novembre e, dal primo del mese, di quella di dicembre».

E la svolta nella crisi Melegatti è arrivata ieri, quando il Tribunale di Verona ha dato il via libera per avviare la campagna di Natale. Si tratterà, inevitabilmente, di una produzione ridotta: la previsione è di un milione e 570mila pezzi tradizionali – senza creme o ricette particolari – da mettere in vendita per le prossime festività natalizie. Così si potranno utilizzare le confezioni già in casa, accorciando i tempi e tagliando i costi.  E’ il primo passo del piano varato da Gianbruno Castelletti, consulente esterno nominato dal Cda di Melegatti, cui è seguita la nomina dei due commissari decisa dal Tribunale di Verona.

melegatti3Il 20 novembre sarà il primo giorno di lavoro ufficiale nello stabilimento centrale di San Giovanni Lupatoto (Verona), sotto la direzione del nuovo direttore di stabilimento Luca Quagini, nominato all’unanimità nel cda del 10 novembre, che si è adoperato per questa ripartenza. Qualche addetto si occuperà fin dai giorni precedenti della mautenzione, dopo due mesi di stop. La produzione vale un fatturato di 5,5 milioni: meno dei sei investiti, ma è un modo per mantenere il marchio presente nel mercato dei dolci da ricorrenza.

«Natale è una festa molto sentita: ci auguriamo che in molti, vedendo Melegatti sullo scaffale, decidano di acquistarlo, per dare forza alla nostra battaglia», dicono coloro che con lo slogan #MelegattiSiamoNoi ora credono un po’ di più nella salvezza, oltre che del posto di lavoro, di una realtà storica del distretto dolciario veronese. Del resto attaccamento all’azienda e al lavoro sono stati fin qui determinanti nella vertenza, nella quale ora si vede uno spiraglio.

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Molte delle aziende del pandoro sono familiari, con un passato e una tradizione che supera il secolo. Per Melegatti la data chiave è il 1894, quando Domenico Melegatti inventa la forma, il nome e la ricetta del pandoro, che quattro anni dopo, intuendone le potenzialità, registra con un “attestato di privativa industriale” rilasciato dal Regno d’Italia, ministero dell’Agricoltura, industria e commercio. Un pasticcere alchimista, alla cui inventiva si devono fra l’altro i primi tentativi di dadi da brodo – “caramelle di carne”, nei suoi diari – abbandonati fino a quando altri li riproposero, facendo fortuna. Il risultato non era considerato soddisfacente, almeno non tanto quanto quello di quel dolce che indusse Melegatti a sfidare tutti i pasticceri del territorio, in una gara pubblicizzata dal giornale della città, l’Arena. Nessuno – racconta la storia – riuscì a imitare il suo dolce, nè ad aggiudicarsi il premio. Per 50 anni quella sorta di brevetto ha protetto la ricetta, poi la validità è decaduta e in molti si sono messi a produrre il pandoro.

A Verona, nel cuore della città vicino a Piazza Erbe, lo storico palazzo Melegatti esibisce ancora due pandori di pietra sulla facciata (riuscite a trovarli in foto?).

#SaveMelegatti

  • Antonino Minciullo |

    Come in altre situazioni di crisi, si faccia in modo che i lavoratori acquisiscano la co-proprietà dell’azienda utilizzando anche risorse pubbliche.

  • Antonino Minciullo |

    Si faccia in modo che i lavoratori acquisiscano la co-proprietà dell’azienda utilizzando anche risorse pubbliche; come in casi similari, vedi il cantiere Orlando di Livorno.

  • Ernesto |

    Diamo valore al natale consumista, aiutiamo le famiglie di questi lavoratori. Auguri
    Auguri

  • Massimiliano |

    Con un Pandoro per famiglia il problema è risolto!!!!!!

  • Elisa |

    Due anni fa ho letto un‘attenta critica sulle scelte di marketing della Melegatti. Oggi si cerca di salvare l‘azienda per il rotto della cuffia, probabilmente l‘analisi non era così sbagliata: il punto centrale era proprio la mancata volorizzazione della storia del marchio. Se dopo 50 anni il brevetto é divenuto di pubblico dominio, rimane l‘eredità storica di essere stati i primi, il non valorizzare risorse immateriali come la tradizione per salvaguardare la reputazione del marchio è un grave errore strategico. Mi auguro che oltre a un hashtag ci sia una riflessione più ampia su come si salva il marchio. Non posso che dire: in bocca al lupo.

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