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Ci sono nuove difficoltà in arrivo per le aziende artigiane (ma molte ancora non lo sanno)

Con la legge approvata il 19 ottobre del 2017 il Parlamento ha delegato il Governo ad attuare, nei prossimi 12 mesi, una serie di misure in materia di fallimento.

Alla base c’è una serie di garanzie a tutela dei creditori, ad esempio, e per la lotta all’evasione. Alcune regole sono già attuali, altre non si sa bene come verranno introdotte. Ma c’è preoccupazione fra le associazioni che si occupano di aziende artigiane, e questo post nasce dalla conversazione con un consulente di Confartigianato Marca Trevigiana e Confartigianato del Veneto: Dario Marzola, dottore commercialista e revisore contabile, che lavora a stretto contatto con piccole – e piccolissime – realtà.

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Che cosa cambia Per tutte le Srl, al superamento di soglie dimensionali tutto sommato modeste – 2 milioni di attivo o di ricavi, 10 dipendenti – ci sarà l’obbligo di adottare organi di controllo o revisione. Eppure solo pochi anni fa, con la legge 116/2014 in nome della semplificazione e riduzione dei costi amministrativi per le imprese, il legislatore sopprimeva l’obbligo per le Srl di dotarsi di organi di controllo o revisori, a prescindere dall’entità del capitale sociale.

La tutela dei creditori – E poi c’è la questione dell’obbligo di “dotarsi di assetti organizzativi adeguati per la rilevazione tempestiva di una eventuale crisi aziendale, attivando uno degli strumenti previsti per il superamento della crisi stessa e il recupero della continuità aziendale”.

“Non è solo una questione di costi – spiega – ma anche di incertezza: che cosa accadrebbe se nuove regole entrassero in vigore a breve? E se in base a queste si rilevasse che esiste già uno stato di squilibrio?”.

In caso di crisi  – Si potrebbe rilevare, ad esempio, che nel 2016 o 2017 il bilancio ha formalmente rispettato i criteri del mantenimento del patrimonio netto minimo per evitare lo scioglimento di diritto, ma al tempo stesso altri indicatori potrebbero segnalare uno squilibrio potenziale o effettivo.

Per capire se esistono fondati indizi di crisi, la legge delega individua quattro parametri, peraltro ben noti alla dottrina aziendalistica: rapporto fra mezzi propri e di terzi, indice liquidità, indice di rotazione dei crediti e indice di rotazione di magazzino. Ma solo avendo un certo tipo di struttura è possibile conoscere e monitorare questi valori e capire se si è dentro o fuori. Senza una norma transitoria, che consenta un periodo nel quale far maturare alle aziende più piccole la necessaria cultura, potrebbero instaurarsi automatismi destinati ad aprire la strada a un notevole numero di procedure concorsuali”.

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Chi naviga a vista – Detto più chiaramente: oggi l’imprenditore che non riesce a pagare l’Iva, o i contributi, o i fornitori, non avendo individuato correttamente le ragioni dello squilibrio spesso affronta il problema chiedendo alla banca l’ampliamento delle linee di credito, ma da domani, laddove la banca sia in grado di leggere i parametri di potenziale crisi non solo non concederà credito, ma potrebbe anche rivolgersi all’organismo di assistenza per la composizione assistita della crisi, provocando la classica goccia che fa “traboccare il vaso”.

Una situazione frequente: “Molti piccoli imprenditori vanno a braccio, non dispongono di indicatori precisi come le strutture più grandi e organizzate. Se sono in difficoltà tipicamente pagano dipendenti e fornitori, accumulando ritardi con il fisco, ovvero con Equitalia, che tradizionalmente non reagiva in modo tempestivo attuando misure esecutive, ma con la riforma tutto ciò è destinato a cambiare ”.

Le conseguenze – Finora quello che è accaduto è che non succedeva sostanzialmente nulla; ma con le nuove regole, Inps e Agenzia delle entrare saranno obbligati a fare una segnalazione e attivare l’organismo di gestione della crisi. “Oggi l’Agenzia Entrate Riscossioni ha circa 800 milioni di crediti che deriva da queste situazioni. E’ chiaro che l’obiettivo è mettere in sicurezza e ridare salute al sistema, ma la domanda è: questa medicina rischia di uccidere l’ammalato? E’ quello che vogliamo?”.

Una su cinque – Dati non ne esistono, se da subito ogni piccola azienda che naviga a vista avesse dai tre ai sei mesi di tempo per rimettersi in salute, i fallimenti aumenterebbero. Se ogni creditore potesse denunciare un’insolvenza attivando un meccanismo automatico, accadrebbe la stessa cosa. Quante piccole imprese potrebbero essere in questa situazione? “Forse 15, anche 20 su cento. Vorrebbe dire lasciarne fallire una su cinque, quelle che ora vivacchiano”.

Tutti i dubbi – Gli occhi delle associazioni di categoria sono puntati sui decreti attuativi che ora mancano, per capire quale sarà l’impatto. A chi si applicheranno i nuovi limiti e le nuove regole? A tutte le Srl? Anche a quelle in contabilità semplificata? Come fa a calcolare i propri indici una azienda che non era tenuta nemmeno ad avere uno stato patrimoniale? Su che cosa si può basare? Oggi anche un commerciante con 700mila euro all’anno di ricavi può rientrare nella contabilità semplificata.

Che cosa fare – La preoccupazione è la mancanza di un regime transitorio: “Una riforma, anche necessaria, va introdotta con cautela, non a martellate. Da subito occorre che tutte le strutture sul territorio affianchino e informino i piccoli imprenditori. Gli stessi imprenditori devono muoversi per chiedere aiuto nel verificare se si trovano o meno in una situazione di rischio, di squilibrio finanziario”.

Guardare in faccia la realtà – Il messaggio è anche più ampio di così: “Esiste una parte di aziende che non sono più profittevoli. Non hanno abbastanza redditi, abbastanza margini, dunque non guadagnano abbastanza. Non possono aumentare i prezzi perché uscirebbero dal mercato. Detto con chiarezza: attività che non stanno in piedi ma che a dispetto di questo non si arrendono e continuano ad accumulare debiti. Ci sono aziende artigiane anche piccole che si sono ricavate nicchie nelle quali vivere e anche crescere, altre che per come è cambiato il mercato e per la concorrenza che affrontano non ce la faranno”. Come dire: a volte, il vero ruolo dei consulenti è far capire quando smettere prima di farsi troppo male.