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Quando il lavoro delle donne era deciso dagli uomini. Un discorso molto onesto per le ragazze (e un Centro per le loro carriere)

E’ normale che per ispirare e motivare delle giovani donne si invitino a incontri e convegni testimonial che hanno avuto successo nella propria carriera. Donne di successo, scelte decise, carriere senza sbavature. Capita, ed è altrettanto normale, che le loro esperienze siano così lontane dalla vita di chi ha appena iniziato – nello studio, nel lavoro – da sembrare molto distanti a chi non ha ancora grande sicurezza in sé stessa, e magari non è affatto certa di quello che sta facendo.

Ecco perché uno dei discorsi che hanno tenuto a battesimo il LEI – il Center for women’s leadership, un progetto dell’Università Ca’ Foscari Venezia nato per le giovani donne –  è così diretto, onesto, diverso, così mirato a parlare anche a ogni possibile incertezza o insicurezza di chi ascolta, che merita di essere sentito. A parlare è Monica Boccanegra, dottore commercialista e revisore contabile (nella foto vestita di viola), oggi presidente degli alumni di Ca’ Foscari (gli ex allievi che hanno raggiunto importanti traguardi). Questo è il video – dal minuto 36 – e questo è il racconto fedele della sua esperienza.

“La donna dei numeri”, così viene presentata: ma ha sempre voluto fare questo?

No, anzi. In realtà la mia storia è fatta di pochi pilastri essenziali: ho sbagliato, sempre. Ho seguito sempre quello che mi dicevano di fare gli uomini che mi circondavano. E ho sempre avuto una bassissima autostima. Un disastro praticamente, ma ormai ho un’età in cui ci si può raccontare serenamente.

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Io volevo fare medicina, però all’epoca – mi sono laureata nel 1986 – un medico della mia famiglia ha detto: ma no, che cosa vai a fare Medicina, in fondo – all’epoca era vero – laureati ce ne sono troppi, non troverai lavoro. Perché sai, per fare carriera e avere successo devi essere un ottimo medico. E già lì (fa il segno di un taglio netto con la mano) si capiva che io non avrei mai potuto essere un ottimo medico. Già ero con le spalle la muro. Poi dico: va bene, se non sarà Medicina facciamo una qualunque università che non sia a Venezia perché all’eopca – lo dico ai giovani di adesso – si pranzava a una certa ora, si cenava a una certa ora, si rientrava a una certa ora e quindi il desiderio di andare fuori di casa era molto forte – e che non avesse matematica. Io detestavo la matematica, che alle superiori era il mio tallone d’achille. E che cosa faccio alla fine? Economia aziendale. Ma non solo, non paga di avere scelto questa materia a Venezia trovo un professore straordinario, Ottaviani, che mi fa innamorare della matematica. Perciò io sono non solo laureata in Economia aziendale, ma pure con indirizzo matematico quantitativo. Un errore dopo l’altro che alla fine evidentemente mi ha portato a trovare la mia strada. Mio zio – il famoso medico di famiglia, psichiatra – la definiva la sindrome dell’ancella.

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Morale, inizio a lavorare a Milano in Olivetti prima della laurea e scopro un mondo. Adriano Oliveti non c’era già più, era la gestione di Carlo De Benedetti, ma si respiravano temi dei quali si parla oggi: welfare aziendale, inclusione della diversità, modelli di governance e innovazione sociale. Tutto questo negli uffici Olivetti di metà anni Ottanta era il pane quotidiano. Asili per i figli dei dipendenti, assistenza medica interna all’azienda, centri estivi per le vacanze dei figli: esisteva un ufficio, dove io ho sviuppato la parte pratica della mia tesi, che si chiamava Discipline economiche e sociali: 25 persone – ben pagate – che si occupavano di studiare. Non in un centro di ricerca tecnologico per fare computer e macchine da scrivere, ma per capire come girava il mondo.

Erano molto avanti, ma capi donne io non ne ho avuti mai. Da laureata sono passata a lavorare da Ivrea a Milano, Ero giovane, 27 anni, lavoravo alla direzione generale di Olivetti Italia, pianificazione strategica, il massimo che potessi desiderare. All’epoca si usava andare in ufficio in tailleurino blu. Scarpetta col tacchetto, tutti perfettini e precisetti. Entro in una riunione dove erano seduti il direttore generale e i suoi top manager, uno dei due era il mio grande capo. Uno dei due disse al direttore: guarda la dottoressa che abbiamo assunto da poco come è sempre a posto, si presenta bene, hai fatto una buona scelta. Lasciamo perdere che la buona scelta fosse legata all’abbigliamento… Il mio grande capo, che era un “vero signore” – fra virgolette – gli rispose: ma tu sai che sotto gli abiti più casti si nascondono le peggiori perversioni?

Io ho preso le mie cartine, ho fatto quello che dovevo fare e sono uscita, ovviamente con forte imbarazzo, ma nessun senso di incazzatura, nessun “ma come si è permesso”. No. Perché venivo da una cultura – ed è il problema che abbiamo adesso – che mi insegnava che comunque il ruolo femminile era sempre un passo indietro.

Un altro errore fu quando uno di questi signori mi disse: senti, io vado a lanciare Olivetti Corea, vieni perché ho bisogno di un braccio destro. Un fulmine a ciel sereno, pazzesco, meraviglioso. Arrivo a casa e mio marito: ma stai scherzando? Ma dove vai!? Io ho la mia carriera qui e come ti permetti di mollarmi qui e andartene per due anni in Corea. Ecco l’altro errore: non andare. Fu una questione di cultura, l’essere cresciuta in una famiglia molto tradizionale dove comunque, se eri donna, arrivavi a un certo punto ti sposavi, e se c’erano dei figli dovevi accudirli, e dovevi fare delle scelte che erano dettate da questo. Mio marito mi disse: io se fossi in te lascerei l’Olivetti e andrei a fare il commercialista – altra cosa che non volevo fare – perché se sei libero professionista ti puoi gestire il tempo meglio, con elasticità – cosa vera e che mi è servita con i miei figli: ne ho due, di 23 e 14 anni, con due mariti diversi perché il prima  a quel punto senti un po’ … (applauso in sala).
A un certo punto si cresce, si matura, i miei figli ho avuto la fortuna di potermeli seguire, rinunciando comunque a parte della mia carriera, non c’è dubbio. Io oggi ho delle cariche in consiglio di amministrazione, seguo delle società, mi piace, lo faccio volentieri, ho anche del tempo libero. Ma quello che voglio dire è che in passato, di certo, se il mio seguire la famiglia non mi è pesato, ha pesato sulla mia professione.

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Monica Boccanegra – insieme a Sandra Mori, Presidente Valore D, e Anna Puccio, Segretario Generale Fondazione Italiana Accenture – ha tenuto a battesimo il Centro al femminile di Ca’ Foscari, inaugurato lo scorso dicembre.

Il LEI rappresenta “un impegno e una promessa per accompagnare le giovani donne con consapevolezza e determinazione verso il loro futuro”. E’ la prima volta un ateneo italiano istituisce una serie di attività e iniziative per promuovere il rafforzamento del ruolo sociale ed economico delle donne nel mondo del lavoro (qualcosa di simile c’è all’estero).

Obiettivi del Centro

  • Promozione e sviluppo delle competenze di leadership
  • Supporto all’occupabilità delle donne
  • Diffusione della cultura d’impresa al femminile
  • Sostegno e sviluppo dell’autoimprenditorialità e del lavoro autonomo
  • Progetti a favore della riduzione del gap salariale tra laureati e laureate
  • Aumento dell’accesso alle donne nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics)

Il programma 2018

Ci saranno incontri con manager e imprenditrici, laboratori (anche sulla valorizzazione della leadership al femminile) e programmi di mentorship nei quali donne di successo si mettono al fianco di studentesse per fornire loro supporto e consigli utili. In questa pagina tutti i progetti avviati.

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  • Barbara Ganz |

    Può contattare direttamente gli organizzatori (CNA), oppure scriva a me che giro il contatto a loro (barbara.ganz@ilsole24ore.com), grazie

  • Carina Fisicaro |

    Vorrei informazione per possibile partecipazione ai vostri seminari e propormi per portare la mia esperienza imprenditoriale

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