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Bending Spoons, la startup che riporta a casa i talenti (o li blocca in aeroporto)

Bending spoons significa “piegare cucchiai”: un omaggio a una scena del film Matrix, quella in cui un bambino riesce con la mente a piegare il metallo: “Ci piaceva l’idea di poter cambiare visione, rendendo flessibile quello che appare rigido e non modificabile”.

Il nome lo hanno scelto i quattro giovani italiani che, con un collega polacco, hnno deciso di avviare una propria attività in Danimarca, dove si sono conosciuti per un scambio (legato alla doppia laurea prevista all’università di Padova), e poi di trasferirla a Milano. Nel team ci sono i veneti Matteo Danieli, 34enne di Sossano (Vicenza) e Luca Ferrari, della Valpolicella e Francesco Patarnello di Padova (più Luca Querella, che è torinese ma per un quarto veneto, da parte del nonno Dino).

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Sono partiti nel 2013: sono passati attraverso il fallimento di una prima iniziativa, hanno aggiustato il tiro, sono ripartiti e oggi danno lavoro a oltre 40 persone, e sono costantemente a caccia di talenti. Bending spoons sviluppa app, “e da subito – racconta Matteo – abbiamo deciso di non concentrarci su un’unica idea, per sviluppare un intero portafoglio di applicazioni. Così non solo sfruttiamo economie di scala, ma possiamo applicare a ogni prodotto quello che impariamo, sul fronte del marketing ad esempio, ma anche del design“.

Che cosa fa esattamente Bending Spoons? App di ogni genere, e le venti di maggiore successo sono già state scaricate oltre 106 milioni di volte. C’è la app per il fitness, che ti guida ad allenarti seguito da un personal trainer senza pagare un abbonamento in palestra, 40mila nuovi utenti al giorno, e c’è ReadIt, un nuovo modo di leggere pensato per la generazione Z che trasforma storie in chat tra i protagonisti, 15mila nuovi utenti al giorno.

Il 98% del fatturato dell’azienda viene dall’estero, il 2% dall’Italia: insomma, come tante aziende del Nordest Bending Spoons esporta… ma esporta app.

I profitti sono arrivati quasi subito, insieme alla sensazione che la Danimarca non fosse poi il posto giusto per crescere. Di qui la scelta di tornare a Milano: “Un po’ ha pesato la voglia di tornare a casa, un po’ l’orgoglio personale di chi era fuggito proprio in cerca di opportunità e oggi può crearne per altri. Quello che avremmo voluto trovare ai tempi della laurea in Italia oggi lo facciamo noi“. L’età media è 28 anni, il clima di fiducia: “Abbiamo un ambiente di lavoro sano e flessibile – racconta ancora Matteo – : il 20% del lavoro può essere svolto da remoto, magari da chi ha una famiglia alla quale desidera stare vicino. Nella nuova sede abbiamo voluto una stanza per concentrarsi e una invece per potersi riunire e discutere. Abbiamo un canale di messaggistica interno, che va a un concerto o a una mostra può condividerlo con i colleghi. E c’è grande collaborazione con chi, può capitare, attraversa un momento di difficoltà”. E poi non c’è gerarchia: “Manca la classica figura del capo, diciamo: esiste una responsabilità che è legata a ciascun progetto, la motivazione è alta per tutti. Le persone sono la chiave di tutto, lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, anche dopo esperienze negative, magari dopo selezioni del personale fatte senza metterci abbastanza cura”.

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Ecco perchè prima di arrivare al colloquio ci sono test e altri passaggi da fare: e se si pensa che su un organico di 40 persone ben quattro si dedicano alle selezioni dei nuovi ingressi, si capisce quanto questa area sia giudicata strategica: “Una necessità, visto che l’obiettivo è raddoppiare gli addetti entro il 2018“.  Sul sito ci sono tutte le segnalazioni delle posizioni aperte: ma la startup non si limita ad attendere il candidato giusto. “Molte persone che potrebbero essere giuste per noi no ci conoscono ancora: a volte chiamiamo noi stessi per farci conoscere, ci è perfino capitato di bloccare un ragazzo in partenza per lasciare il Paese, parlandoci in aeroporto”.

Quello di riportare a casa i cervelli è un chiodo fisso: qualche tempo fa Matteo ha partecipato a una conferenza a Berlino, “e qui ho conosciuto alcuni straordinari talenti italiani. Che nella capitale tedesca stanno facendo carriere stratosferiche in aziende all’avanguardia, con importanti responsabilità (è la storia, ad esempio, di Gessica). Nelle conversazioni – ha scritto poi Matteo in questo post – con questi ragazzi e queste ragazze emergeva sempre un elemento: tutti loro amavano l’Italia, ma erano emigrati a Berlino perché in gran parte delle aziende italiane dove avevano lavorato si erano sentiti sfruttati, e sottovalutati. Molti di loro se n’erano andati dall’Italia incazzati, con il dente avvelenato; stato d’animo che riesco a comprendere molto bene. Anch’io ero incazzato e deluso quando, dopo alcuni anni di studio a Copenaghen, scelsi di restare in Danimarca: confrontando le opportunità accademiche e lavorative lì con quelle in Italia capii subito che tra i due paesi non c’era partita: un dottorando a Copenaghen portava a casa uno stipendio pari al doppio di quello nel Belpaese, e aveva opportunità di carriera, e budget da investire, molto superiori. Difficilmente sarei tornato senza un’azienda (anche) mia in cui credere e da far crescere”.

Ma l’Italia – è la percezione di adesso –  sta cambiando, “e lo dico ai bravissimi connazionali all’estero. Anche noi di Bending Spoons, nel nostro piccolo, stiamo cercando di dare il nostro contributo. Ci anima la speranza che Milano possa diventare, sempre di più, una metropoli davvero globale, come Parigi o Berlino, in grado di rendere più competitivo e moderno il Paese”.

Intanto, nella startup sono impiegati giovani da tutta Italia – Silvia da Brescia, Gabriele da Catania, Paride da Napoli e Daniela dalla Sardegna – e ora parte l’iniziativa First Ascent: tre giorni a Copenhagen – una delle capitali ICT d’Europa e prima “casa” di Bending Spoons – in palio per 20 tra i migliori studenti di Ingegneria Informatica d’Italia.

I prescelti partiranno alla scoperta di Copenhagen dal 21 al 23 settembre, e conosceranno altri studenti brillanti con i quali confrontarsi. I requisiti per partecipare? Essere studenti di Computer Science o Ingegneria Informatica in una universita’ italiana o essersi recentemente laureati in tali discipline, (o, precisa Matteo, “avere una comprovata passione per l’informatica, anche se non si è studenti di ingegneria informatica o informatica”), avere un CV con un percorso accademico d’eccellenza e, soprattutto, superare con successo i game assessment che verranno proposti. Tutte le informazioni per partecipare sul sito.

Questa invece è la pagina delle posizioni lavorative aperte, con la descrizione dei vantaggi di vivere e lavorare a Milano (e in generale in Italia)

 

 

  • una mamma |

    bravi ragazzi, i loro genitori saranno orgogliosi di ragazzi così in gamba. Io ho il figlio di un’amica che si sta laureando in ingegneria a Milano, stamperò questo articolo e glielo farò avere, chissà che non siano rose e fioriscano!!

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