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La migrazione all’estero dei laureati veneti (e quelli che arrivano da Sud non bastano a compensare)

Oggi, a Venezia, è stato presentato il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Regione. Il quadro è sostanzialmente positivo: nel 2017 la crescita dell’economia del Veneto si è consolidata grazie all’aumento sia delle componenti interne della domanda, sia delle esportazioni. Il miglioramento si è diffuso in tutti i comparti dell’industria manifatturiera e dei servizi; nelle costruzioni il prodotto ha registrato un debole incremento dopo un lungo periodo recessivo. La fase di crescita è proseguita nel primo trimestre del 2018 e, secondo le opinioni espresse dagli operatori in primavera, dovrebbe continuare nell’anno in corso.

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Parte del rapporto ha previsto approfondimenti su aspetti specifici, e uno di questi si intitola La mobilità dei laureati.

La premessa è che una forza lavoro altamente qualificata, oltre ad affrontare minori rischi di disoccupazione e percepire redditi da lavoro mediamente più elevati, influenza positivamente i livelli di produttività e i ritmi di crescita di un sistema economico. In Veneto la quota di popolazione in possesso di un titolo di studio terziario (laurea o superiore), che approssima il livello di qualifica del lavoratore, è stata tradizionalmente contenuta nel confronto nazionale: nel 2016 era pari al 12,5 per cento, rispetto al 15 per cento del Centro Nord (e al 13,6 per cento dell’Italia).

Negli ultimi anni questo divario negativo non è diminuito, anzi è lievemente aumentato in seguito ai fenomeni migratori.

In base ai trasferimenti di residenza registrati all’anagrafe, tra il 2006 e il 2016 il Veneto ha registrato un deflusso netto di laureati pari all’1,4 per cento della popolazione laureata: le immigrazioni dal Mezzogiorno non hanno compensato il deflusso verso le altre regioni del Centro Nord e, specialmente, verso l’estero. Queste ultime sono state pari al 2 per cento.

Nel Centro Nord, invece, le immigrazioni dal Mezzogiorno hanno più che compensato le emigrazioni verso l’estero, che comunque sono state di entità inferiore rispetto al Veneto (l’1,6 per cento).
“Questa analisi – è la conclusione – suggerisce che il problema dell’overeducation, ovvero del disallineamento tra le competenze possedute dal lavoratore e quelle richieste dal mercato, si è accentuato in Veneto con le recente doppia recessione. Esso deriva dalle caratteristiche del sistema produttivo, con una quota significativa di imprese di dimensioni contenute e nei settori a bassa tecnologia, e di quelle del sistema formativo che ancora mostra inefficienze nell’indirizzare gli studenti e nel fornire quelle abilità e competenze maggiormente richieste dal mercato”.

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