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Se l’azienda si impegna a coprire il lato B le donne sono in prima fila a farle pubblicità

Nota catena di palestre, cartellone pubblicitario extra large lungo la Treviso Mare: fetta di corpo femminile, slogan (che culo) e a fianco la tariffa promozionale, 19,90. Il Comitato “Se non ora quando” di San Donà di Piave, provincia di Venezia, non poteva stare a guardare. Hanno comprato un Tapiro, lo hanno  infiocchettato di rosa e lo hanno consegnato ai gestori (che non l’hanno presa così sportivamente) insieme a una petizione firmata da uomini e donne.

Ma da lì è nata l’idea: se l’azienda avesse rimosso il cartellone e si fosse impegnata per il futuro a scegliere messaggi diversi, alla Treviso marathon di ottobre avrebbero partecipato tutte (e tutti) con la pettorina dello sponsor palestra e la scritta “X ama le donne e non le prenderà più per il sedere”.

«Abbiamo pensato a una corsa perché l’azienda in questione opera nel fitness, ma l’idea si potrebbe affinare in molti altri campi», spiega Anna Maria Bardellotto, una delle promotrici. E di corpi femminili esposti nelle pubblicità – a cavallo di uno pneumatico per la concessionaria, al fianco dell’acqua minerale eccetera – ce ne sono a palate  (digitare su Google “pubblicità sessiste” per credere: vino e apertivi, viaggi e servizi telefonici, mozzarelle e montature per occhiali, gommisti e perfino l’espurgo pozzi neri).

senonora
«Intendiamoci, mica c’è nulla di male in una bella ragazza su un manifesto: ma un conto è metterne un pezzo con a fianco un prezzo, un altro è ritrarla tutta intera, che faccia ginnastica o altro», spiega il gruppo, una ventina di donne che, con sorpresa, si sono viste attaccate da altre donne fra ironie e frasi offensive: «Dopo un primo momento di ripresa della coscienza di sé fra molte donne, le più fragili soprattutto, riappare la competitività al posto della solidarietà. E molte 30-40enni sono cresciute con la convinzione che apparire sia sinonimo di essere. Ci hanno detto che viviamo nel passato: non c’entra nulla, vedere una bella ragazza fa piacere a tutti, ma il rispetto, la dignità, partono anche dall’uso delle immagini e delle parole».

Nel frattempo i cartelloni della discordia sono scomparsi: «Ma questo non basta a farci sponsorizzare la palestra: magari è semplicemente scaduta la campagna promozionale, nessuno si è fatto vivo con noi che chiediamo un impegno preciso: la rinuncia a trattare come merce il corpo femminile, e la svolta verso messaggi più corretti. Se possiamo metterci a correre la maratona, possiamo fare anche altro».

C’è qualche azienda che vuole provarci? Questi i contatti per avviare il progetto:

snoqpiave@gmail.com

annia55@teletu.it

b.ganz@ilsole24ore.com