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La Libia raccontata da chi, esattamente 4 anni fa, lasciava progetti, lavoro e una montagna di crediti. E oggi riparte

Neanche un mese fa, il 27 gennaio, una delegazione del governo libico (con i ministri del Lavoro, Affari sociali ed energia) era a Padova per parlare di cooperazione e scambi culturali e commerciali. Sembrano passati anni.
Proprio in questi stessi giorni di quattro anni fa, le aziende che in Libia lavoravano erano costrette alla prima fuga. Lasciavano attività ben avviate, chi nella ristorazione, chi nelle costruzioni, e un intero progetto di una città interamente pensata con criteri di sostenibilità, Sidi Al Hamri, per 72mila abitanti, finanziata con i fondi statali per la ricostruzione e affidata in parte ad aziende del Nordest. Molte sono state costrette ad abbandonare: hanno lasciato fra l’altro una montagna di crediti maturati ma mai liquidati, circa 600 milioni. Hanno chiesto che almeno quei crediti venissero certificati, e le imposte sospese, ma non è mai accaduto. Per chi aveva scommesso sulla Libia – cercando una alternativa al mercato italiano fermo, e contando sul trattato di amicizia firmato con il governo italiano – questo ha significato in alcuni casi il fallimento.

Gianni De Cecco è l’imprenditore della Friulana Bitumi International, che nel 2008 aveva creato una filiale operativa nel Paese.

«Oggi ho ripensato a mercoledì 16 febbraio 2011. Mi sono letto gli appunti che avevo scritto in quei giorni ed ho rivissuto i momenti in cui ad Al Bayda, dove avevo gli uffici e abitavo, sono iniziati i tafferugli. A Benghazi erano iniziati lunedì 14 e tutti i collaboratori e conoscenti libici erano molto preoccupati. Il pomeriggio del 16 eravamo tutti in ufficio, una villa posta a un centinaio di metri dal campo di calcio, quando abbiano notato che a partita ultimata le grida e le urla continuavano e diventavano sempre più forti. I dipendenti libici ci hanno riferito che c’era una manifestazione, evento che non avevo mai visto in Libia fino ad allora.
Ogni tanto si sentivano dei colpi di fucile e di mitra. La sera è venuto a farci visita padre Pietro, un francescano che viveva nell’ospedale di Al Bayda assieme ad alcune suore che erano molto considerate dalla popolazione per quello che facevano. Nel frattempo il cuoco tunisino, Amadhi, era tornato in villa tutto spaventato con in mano dei bossoli di mitra. Quella sera, per la prima volta, mi sono fatto accompagnare a casa anche se gli appartamenti distavano un centinaio di metri dagli uffici.

</span></figure></a> Gianni De Cecco in una foto del 2012, nelle vicinanze di Al Bayda
Gianni De Cecco in una foto del 2012, nelle vicinanze di Al Bayda

Giovedì, al mattino, c’è stato un silenzio di tomba fin dopo la preghiera delle 13, quando si sono scatenati. Fuori dal recinto degli uffici c’era la guerra e, quando uno dei miei collaboratori ha aperto il portone per vedere cosa stava accadendo, gli hanno gridato di tornare in casa che gli italiani non c’entravano. Le manifestazioni, gli spari, sono continuati fino a notte fonda.
Venerdì hanno bruciato l’aeroporto di Al Bayda. A questo punto noi eravamo tagliati fuori perché ci trovavamo a 1.300 km da Tripoli. Dopo una breve riunione con i collaboratori italiani abbiamo deciso di partire.
Devo dire che ho preparato la valigia pensando di tornare molto presto, anche se poi siamo tornati ad evacuare gli uffici alla fine del 2011 in fretta e furia. Da Al Bayda a Benghazi in furgone. Da Benghazi a Tripoli in aereo. Domenica 20 febbraio rientro in Italia. Mi dispiace per quello che è accaduto, e perché gran parte libici ci considerano amici. Non posso aiutare chi è rimasto. Spero di poter, un giorno, rientrare in Libia, quando le condizioni lo consentiranno, per continuare quello che stavamo facendo».

Intanto, quattro anni dopo, molte aziende hanno dovuto guardare altrove. Assorbire quei crediti bloccati, far fronte agli impegni, è costato caro. Qualcuno ha gettato la spugna, definitivamente. «La delusione più profonda è avere visto in fumo il lavoro di trent’anni di investimenti, di formazione di personale. Anche l’esperienza acquisita non conta, nelle gare vale più il ribasso economico della capacità sia in termini di progettazione che di realizzazione. Quando entro in ufficio mi colpisce vedere le scrivanie vuote e l’elenco telefonico dei collaboratori che da qualche decina si è ridotto a poche unità. Prima del rientro in Italia, quattro anni fa, la IN.AR.CO. srl, società d’ingegneria di cui sono contitolare, aveva 60 collaboratori, la Friulana Bitumi International una ventina in Libia e una decina in Italia. Ora siamo rimasti veramente in pochi».

Eppure si va avanti. Il 23 gennaio 2015 è stata firmata la costituzione della joint venture fra Eurasia Red, una delle principali holding del Kazakhstan, e Ligeco International, società nata da una costola del consorzio Ligeco Udine, che comprende alcune aziende del Nordest qualificate nella progettazione e costruzione di edifici pubblici e provati e infrastrutture, nato nel 2012 per cercare opportunità di lavoro all’estero.
A disposizione della joint venture c’è un’area industriale da 26 ettari nella municipalità di Almaty, dove avviare una prefabbricazione e insediare altre aziende italiane dei settori dei materiali per le costruzioni. È un’area lambita dalla nuova “via della seta”, che collegherà Shangai con il nord Europa (Amburgo e San Pietroburgo), passando proprio per Almaty e Mosca e riducendo da cinque settimane (via mare) a una (via terra) il tempo di percorrenza delle merci.

«Dal 23 Gennaio 2015 la fondamentale fase preliminare di costituzione della joint venture e di analisi del mercato si è conclusa lasciando il campo alla altrettanto importante fase realizzativa di numerosi progetti. Fase difficile, irta di ostacoli e difficoltà. Ma credo che lo spirito di imprenditorialità, l’orgoglio e le capacità umane e professionali del NordEst lascino ben sperare per il futuro», spiega De Cecco.

(Sulla situazione delle Aziende italiane in Libia, fra interrogazioni parlamentari e appelli senza mai alcun risultato, abbiamo parlato qui sul blog il 12 giugno 2013, il 21 gennaio e  il 18 febbraio e il 18 settembre 2014)

 

  • Dr nader |

    Carissimo Gianni
    Spero dal cuore che tutto ritornera come prima
    Saluti Famiglia Gueder

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