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Quanto aumenta il lavoro part time (e qualche dubbio sul suo utilizzo, se raddoppia quello involontario)

Un approfondimento a cura dell’Osservatorio mercato del lavoro di Veneto Lavoro mostra che gli anni della crisi hanno portato con sé un significativo aumento del lavoro part time, che non si è arrestato nemmeno nell’ultimo biennio di (moderata) ripresa economica e occupazionale. In questo contesto, scrive la ricercatrice Letizia Bertazzon, “oltre agli aspetti positivi, emergono alcuni dubbi ed interrogativi sulle reali virtù del rafforzamento di questa modalità occupazionale. Se da un lato il diffondersi del lavoro a tempo parziale ha contribuito ad aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne, ed ha contribuito a soddisfare il crescente bisogno di flessibilità delle aziende, dall’altro sembra aver avuto un ruolo importante nell’alimentare la segmentazione del mercato del lavoro, rafforzando alcune forme di penalizzazione e discriminazione. Pur rappresentando un valido strumento di incentivazione dell’occupazione, sia dal lato della domanda sia dal lato dell’offerta, il lavoro part time, oggi più che mai, con un progressivo allargamento della platea dei soggetti interessati, rappresenta un’arma a doppio taglio: se da un lato rafforza le opportunità di accesso e/o permanenza nel mercato del lavoro, dall’altro rischia di diventare, in un contesto profondamente trasformato e con scarse opportunità di inserimento, una scelta obbligata (talvolta non reversibile) per il lavoratore”.

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I dati dicono che l’incidenza del part time ha infatti raggiunto una quota del 18,5% sul totale dei lavoratori occupati (in Italia come in Veneto) e di oltre il 30% sul totale delle assunzioni. Nel quadro europeo il nostro Paese resta comunque di poco al di sotto della media europea (19,5%) e di Paesi quali Germania, Austria e Olanda, che, anche grazie a specifiche politiche di incentivazione, presentano percentuali comprese tra il 25% e il 50%. Altri invece hanno percentuali di parti time davvero marginali.

Di certo, in Europa si nota una differenza di genere, e cioè come il part time resti una prerogativa molto femminile: la media è 32% donne, 10% uomini. E i Paesi dell’Unione con i più elevati tassi di
occupazione femminili risultano gli stessi, pur con una graduatoria differente, che si contraddistinguono per gli elevati livelli di part-time.
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In Italia – si legge nel report di Veneto Lavoro –  la prima disciplina organica del part time risale al 1984, con l’esplicito riconoscimento, anche istituzionale, del lavoro a tempo parziale quale strumento di promozione dell’occupazione. Negli anni successivi il part time ha avuto gli effetti per cui era stato pensato, incentivando la partecipazione al mercato del lavoro di soggetti altrimenti esclusi, in particolare donne con la necessità di conciliare vita e lavoro, e consentendo la creazione di nuova occupazione.

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La tendenza è in parte cambiata dopo il 2008: se la crescita occupazionale complessiva ha subito una forte battuta d’arresto, il ricorso al part time ha continuato a crescere e anzi a intensificarsi, contribuendo ad attenuare, almeno in parte, la perdita di posti di lavoro. Un fenomeno legato anche alle strategie adottate dalle imprese per far fronte alla difficile congiuntura: ricorrere a forme di riduzione oraria per salvaguardare i livelli occupazionali.

In ambito di lavoro dipendente, si è passati dalle circa 190mila assunzioni part time registrate in regione nel 2008 alle quasi 240mila del 2016, con un peso totale salito dal 25% al 33%. Anche in virtù del processo di terziarizzazione che da molti anni sta interessando il tessuto produttivo veneto, la crescita si è concentrata in modo particolare nel settore dei servizi (commercio al dettaglio e servizi di pulizia su tutti), caratterizzato da occupazioni più flessibili in termini di orario e continuità di lavoro. L’incidenza delle assunzioni con contratto part time è passata in questo settore dal 22% del 2008 al 36% del 2016 per gli uomini e dal 41% al 53% per le donne.

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Ma i dati dicono che a crescere in modo particolare è stato il part time involontario, che interessa occupati che svolgono un lavoro a tempo parziale, ma che avrebbero voluto e potuto lavorare più ore. Nel 2016, sul totale degli occupati a part time, la quota di involontari sfiora il 65% nel caso degli uomini e il 48% per le donne. Per molti lavoratori ha quindi rappresentato una scelta obbligata, talvolta irreversibile.

Ecco perché, accanto ai vantaggi – la capacità di innalzare i livelli di occupazione – si deve parlare anche dei rischi del part time.  con sé alcuni rischi. Tra questi – segnala l’Osservatorio veneto – eventuali forme di penalizzazione e marginalizzazione cui possono incorrere i lavoratori a part time rispetto alla forza lavoro standard e la possibilità che dietro a rapporti a tempo parziale si celino comportamenti elusivi. Il sospetto – aggiunge la ricerca – è quello che possa diffondersi un utilizzo improprio dei contratti part time volto a mascherare rapporti di lavoro a tempo pieno: i cosidetti “falsi part time” rappresenterebbero circa un quinto di tutti i rapporti a tempo parziale.

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In sostanza: guardando all’ultimo decennio, il part time sembra avere avuto effetti generalmente positivi, consentendo di attenuare le negative ricadute occupazionali della crisi e contribuendo ad aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle donne. E questo è vero in particolare in Italia e in Veneto, che presentano un’incidenza femminile sul totale degli occupati a part time rispettivamente del 33% e del 35%, a fronte di una media europea del 32%.

Dunque, in un’ottica di consolidamento dei livelli occupazionali, il part time può assumere una duplice valenza: da un lato rivelarsi uno strumento efficace per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, mentre dall’altro, anche attraverso specifiche politiche di incentivazione alla trasformazione di rapporti part time in rapporti full time, rappresentare un momento di passaggio tra l’ingresso nel mercato del lavoro e una maggiore stabilità occupazionale.

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L’altra faccia della medaglia sono i rischi. Secondo la definizione data dall’Istat, si definiscono sottoccupati part time gli occupati che svolgono un lavoro a tempo parziale, ma che avrebbero voluto e potuto lavorare più ore.
La rilevazione delle informazioni sul part time involontario consente di avere importanti indicazioni sia in merito alla natura e alle ragioni del aumentato ricorso a questa modalità lavorativa, sia in ordine alle dinamiche occupazionali. I dati disponibili evidenziano per il Veneto contestualmente all’incremento del part time un significativo rafforzarsi, sia per i maschi che per le femmine, della componente involontaria. Nel giro di un decennio, la quota di part time involontario risulta più che raddoppiata, con tassi di crescita particolarmente elevati dall’avvio della crisi.
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