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La locomotiva è tornata: il NordEst oltre i livelli pre crisi, ma adesso ha un problema con i suoi giovani

La Fondazione NordEst è tornata: dopo quasi 20 anni di attività in cui ha raccontato il “miracolo” e la crisi, oggi ha una nuova governance e nuovi obiettivi, ma sempre a supporto del territorio. Il presidente è Giuseppe Bono (Fincantieri, Confindustria FVG), il direttore scientifico è Carlo Carraro, già rettore a Ca’ Foscari. Anche il NordEst è tornato: negli ultimi 5 anni, le tre regioni hanno trainato l’economia italiana. Insieme a Lombardia ed Emilia Romagna, il NordEst ha determinato la quasi totalità della ripresa economica e occupazionale italiana. Qui il Pil è cresciuto dell’1,8% e si stima per il 2018 una crescita dell’1,3%, grazie ai consumi delle famiglie (+1,3%) e agli investimenti fissi lordi, previsti in crescita del 2,8%.

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La crisi qui ha colpito, ma le regioni nordestine sono state in grado di riprendersi più rapidamente di altre aree: ora il Pil-pro capite, pari a 33.900 euro, è prossimo a quello della Germania e della Svezia (entrambi a quota 36mila) e ampiamente superiore alla media italiana; se poi si guarda a Bolzano fa perfino meglio.

La presentazione del Rapporto 2018 ha scelto un luogo simbolico: l’aula magna dell’università di Padova, un simbolo di progresso scientifico e di cultura che è centrale anche oggi, soprattutto per una Fondazione che vuole ricucire il rapporto fra formazione e regioni, università e imprese.

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Dunque i dati dicono che i tassi di occupazione delle regioni sono superiori a quelli pre crisi del 2008 e compresi tra il 65,7% del Friuli Venezia Giulia e il 72,9% dell’Alto Adige (con punte sopra il 95% per i maschi adulti italiani). La disoccupazione è sotto il 5% per i maschi italiani, ma rimane sopra il 10% per le donne e gli immigrati. In sostanza: sono aumentati anche i disoccupati, perchè è aumentata l’offerta di lavoro.

Elemento centrale per la crescita del NordEst si conferma l’export, cresciuto nel primo semestre del 2018 del 5,9%, rispetto al 4% del Nord Ovest e al 3,7% dell’Italia.  La quota di valore aggiunto stimolata dalla domanda internazionale è pari al 19,1% in Veneto, al 14,9% in Friuli Venezia Giulia e al 13,1% in Trentino Alto Adige. Esportazioni che riguardano soprattutto i paesi europei (con il 60,6% del totale delle esportazioni).

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Il nodo dei giovani, quelli bravi

Questi dati parlano di una competitività ritrovata a Nord Est che appare più evidente nei dati del Trentino, dove attraverso investimenti pubblici indirizzati soprattutto verso formazione e innovazione si sono recuperati alcuni gap importanti. In primis quelli relativi al capitale umano, portando la quota dei laureati nella classe 30-34 anni vicina alla media europea (33,6% in Trentino, 13 punti percentuali in più in 10 anni). In Veneto la quota si ferma invece al 27,6% (dal 16,8 di 10 anni fa) e in Friuli Venezia Giulia al 28,7% (dal 21,2).

E questo ci porta ai giovani: se è vero che la competitività futura delle imprese del NordEst dipende essenzialmente da capitale umano di qualità, innovazione, capacità di sfruttare i grandi cambiamenti che le nuove tecnologie, soprattutto digitali, stanno introducendo, serve – o meglio, servirebbe – un grande investimento sulla scuola e nell’università per aggiornarne i contenuti e le modalità di insegnamento. Soprattutto per offrire alle imprese quella forza lavoro che non riescono a trovare. Viceversa, l’Italia investe in formazione e istruzione solo il 4% del Pil, al terzultimo posto in Europa, prima solo di Irlanda e Romania.

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“Serve quindi formare i giovani in modo diverso e con competenze diverse, orientandoli verso una domanda di lavoro sempre più mirata. Serve valorizzare il loro talento. Ma bisogna essere anche capaci di trattenere i giovani di talento”, è la tesi del Rapporto. Il Veneto, ad esempio, registra un saldo negativo in termini di mobilità dei laureati pari a -4,6 per mille (sul totale dei residenti con titolo di studio terziario): significa che in questa regione sono più i laureati che se ne vanno rispetto a quelli che arrivano. Il dato indica che le imprese di questo territorio sono meno attrattive per chi ha investito molto nella formazione, diversamente da Lombardia ed Emilia Romagna che, invece, registrano rispettivamente un saldo positivo pari a +13,7 e a +15,3 (Trentino -0,6, Friuli VG +1,9) e in cui le imprese domandano in misura maggiore digital skills.

Collegare ITS e università

Eppure il futuro del NordEst dipende in modo decisivo dalla capacità di produrre ed attirare un capitale umano adeguato ai bisogni futuri delle imprese. Già oggi esiste un forte squilibrio occupazionale tra una domanda di lavoro elevata ed un’offerta di lavoro che non ha le caratteristiche per soddisfarla, per cui le imprese del Nord Est cercano lavoratori qualificati senza trovarli. Servono quindi scuole diverse, insegnanti capaci di cambiare, università più numerose e/o più grandi che insegnino contenuti diversi con metodi diversi. Bisognerebbe in primis investire maggiormente in una formazione professionale qualificata incrementando gli ITS (il biennio post diploma in qualche modo alternativo all’università, ma un modo per valorizzarli sarebbe proprio riconoscere i crediti a chi prosegue poi con l’università): oggi gli iscritti a percorsi terziari professionalizzanti sono appena 10.000 rispetto agli 764.854 in Germania, agli 529.163 in Francia, agli 400.341 in Spagna, agli 272.487 nel Regno Unito.

Il rapporto cerca di evidenziare anche altri punti di forza e di debolezza del Nord Est a fronte dei grandi cambiamenti che stanno arrivando. Cambiamenti tecnologici, ma anche demografici, geopolitici, sociali, climatici. La trasformazione digitale, ad esempio, è oramai il presente delle imprese. Ma siamo ancora in ritardo. Sul fronte delle imprese, a livello nordestino una quota tra il 15 e il 19% circa ha investito o ha in programma di investire in tecnologie 4.0. Tuttavia, tra queste l’utilizzo integrato nei processi produttivi rimane limitato (solo un terzo).

Per Carlo Carraro (Università di Venezia e Direttore Scientifico Fondazione Nord Est) Nello stesso modo in cui non ci sarebbe stata la rivoluzione industriale senza energia fossile, dal carbone al petrolio, così non ci può essere rivoluzione digitale senza capitale umano qualificato.

E Paolo Gubitta (Università di Padova) aggiunge: Le imprese del Nord Est sono meno attrattive per le persone più qualificate che hanno investito molto nella loro formazione …. E’ indispensabile intercettare i giovani qualificati per poi attirarli e trattenerli.

Il caso Trento

Dal Trentino AA arriva una ricetta che non dovrebbe essere nuova: questa è la regione che ha saputo investire di più registrando negli ultimi 10 anni investimenti superiori ben superiori anche al resto del NordEst. E ne ha tratto i risultati, indicando che servono più investimenti, privati e pubblici. E c’è una seconda lezione: non si è investito in strade o ponti, ma in formazione e innovazione, scule, università, entri di ricerca e rete digitale.

Così in Trentino solo 10 anni fa il livello di istruzione era nella media italiana (basso); oggi la quota di laureati nella fascia 20-34 anni ha quasi raggiunto la media europea: vuol dire avere a disposizione un capitale umano pronto a sostenere le imprese nei prossimi anni.

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Sui fattori che hanno determinato questo scenario è stato chiamato a riflettere il presidente di Confindustria Trento Enrico Zobele: “Si tratta certamente degli effetti positivi di investimenti pubblici correttamente orientati all’innovazione e alla formazione – ha spiegato Zobele -. Le strategie emerse dal dibattito che abbiamo contribuito ad animare in questi anni hanno determinato l’eccellenza dei nostri centri di ricerca, dalla Fondazione Bruno Kessler alla Fondazione Edmund Mach, e del nostro Ateneo, di ‘fascia A’ secondo l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. È, questa, una caratteristica che ha assicurato e continua ad assicurare una positiva, diffusa contaminazione sul territorio, con ricadute positive anche sull’avanzamento tecnologico del tessuto produttivo locale. Allo stesso modo, gli investimenti sulla formazione hanno garantito negli anni ottimi risultati: in particolare, l’alto livello dell’offerta degli istituti tecnici e le opportunità garantite sul fronte dell’alternanza hanno concorso allo sviluppo di un capitale umano di qualità. Le nostre imprese continuano tuttavia a cercare figure professionali che non sempre trovano: bisogna, insomma, investire ancora”.