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Storia di Mario ed Elena, emigranti, e del radicchio di Treviso che cresce nell’orto di Canberra

Il sindaco di Morgano, Daniele Rostirolla, ha aperto il comune e la sala consiliare; lo fa sempre quando c’è qualcuno che ritorna, da lontano, uno dei tanti emigrati da queste terre, o un loro figlio o nipote. Lo ha fatto oggi per Mario Minello e sua moglie Elena, una delle tante storie di emigrazione, in questo caso in Australia.

Mario, oggi 82 anni, partì da Badoere in provincia di Treviso nel 1959; aveva 23 anni e salì in nave con in tasca mille lire per affrontare un viaggio di oltre 40 giorni fino allo stato di Victoria, doe avrebbe trovato posto in un campo profughi tra polacchi, cecoslovacchi e altri popoli dell’Europa dell’Est in attesa di un lavoro.

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Mangiavamo tutti da un unico bidone – ha raccontato  Mario alla giornalista Sandra Chiarato – la stessa brodaglia ogni giorno”. Con un curriculum professionale legato all’impiego in una fornace locale, Mario riceve pala e piccone, ma anche un piccolo salario. Con i primi risparmi può mantenere anche Elena, sposata per procura, che insieme alla prima figlia di sei mesi lo raggiunge nel suo piccolo appartamento in affitto dove – con un arredo minimal, letto e una culla – possono stare tutti e tre. La carriera nell’edilizia e alla guida di macchine movimento terra porta un po’ di ricchezza e quindi la famiglia si può allargare e trasferirsi nella capitale. Comprano casa, e anche un po’ di terreno per fare l’orto, dove oggi cresce il prodotto tipico della campagna trevigiana. A salutare i parenti veneti tornano per la prima volta dopo 15 anni, seguiranno altri 5 viaggi. Oggi Mario e Elena, lei due anni in meno di lui, sono ospiti a Trebaseleghe da una sorella e credono che questa sia l’ultima visita che faranno.

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Siamo stati accolti con ospitalità in un Paese lontano, ci siamo distinti per la nostra laboriosità, siamo animatori dell’associazione trevisani nel mondo, parliamo inglese anche se il dialetto ci piace di più, abbiamo tre figli tutti laureati che ci hanno dato tanti nipoti – spiegano – Non ci siamo scordati delle nostre radici e la bellezza della campagna della quale conserviamo il fiore d’inverno anche se a dirla tutta lo piantiamo a gennaio e lo mangiamo a luglio: questione di stagionalità”. “Ai giovani che vogliono provare un’esperienza all’estero – dice Mario – consiglio di non avere paura e di conservare tutti i valori italiani come il senso della patria, il sacrificio, l’impegno e la solidarietà, solo così si è di casa in tutto il mondo“.

Trevisani nel mondo: “Saranno più o meno tanti quanti gli abitanti della intera provincia di Treviso”, spiega il presidente dell’associazione Onorio Daminato, 35 anni in Svizzera dove è rimasta una figlia, sposata: “Era la più grande, la piccola è tornata con noi ma ora vive in Francia”, racconta la sua famiglia multinazionale. Proprio Onorio ha fondato una delle prime sezioni dei Trevisani nel mondo: oggi solo in Italia ce ne sono una cinquantina, quasi ogni comune ha la propria. Una realtà “nata nel 1973 – si legge nel sito – con le prime adesioni raccolte a Griffith e a Melbourne, in Australia, a seguito di un viaggio tra gli emigranti di don Canuto Toso, allora giovane prete della pastorale del lavoro e che è stato sparviero solitario di una profezia spalmata nel mondo. Il suo primo approdo fu Guelph, anche per riferimenti parentali. Tuttavia, la prima sezione ufficialmente inaugurata fu quella di Basilea. Ad inaugurarla eravamo in quattro, ma la “scintilla”.. esplose a mille”.

L’associazione tiene i legami con chi è partito durante la grande migrazione dal Veneto, ma anche con i giovani – dieci in Comune – che hanno scelto l’estero negli ultimi anni: “Tutti dottori”, precisa Onorio, quelli si chiamano anche cervelli in fuga. Oggi ci sono sempre meno adesioni in Paesi come Argentina: “Chi è lì ormai si sente solo argentino, mentre in Brasile resta un forte legame con l’Italia. Dipende dalle condizioni che hanno trovato, dall’accoglienza, dall’integrazione, dalla distribuzione sul territorio che in alcune regioni brasiliane ha creato vere città dal nome veneto”.

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Tanto che il 18 novembre 2014, in quel Veneto parallelo dall’altra parte del mondo,  il Talian, la lingua oriunda nata da una somma di dialetti perlopiù veneti, è stata riconosciuta ufficialmente dalla repubblica federale, la prima lingua certificata come “patrimonio culturale immateriale” del Paese sudamericano.

E solo pochi giorni fa, il rinnovo del gemellaggio fra Bassano del Grappa e il comune di Nova Bassano nel Rio Grande do Sul, con la sottoscrizione di un patto di amicizia e collaborazione tra l’istituto scolastico brasiliano e gli istituti scolastici comprensivi di Bassano del Grappa.

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Molte sono state le storie di successo di veneti nel mondo: come quella di Raul Randon, brasiliano, ma anche italiano, anzi vicentino, scomparso lo scorso anni. Suo nonno Cristoforo emigrò in Brasile nel 1888 da Muzzolon di Cornedo Vicentino, lui ha creato un impero a partire da quell’officina meccanica messa in piedi dal nulla assieme al fratello Hercílio nel lontano 1949, l’università di Padova gli ha conferito la laurea ad honorem. E al paese del nonno ha donato una nuova sede degli alpini in uno dei suoi ritorni, durante i quali assegnava anche commesse e lavoro a imprese vicentine.

Ma torniamo a Mario ed Elena: proprio nella giornata in cui si ricorda una strage di emigrati italiani, a Marcinelle (12 le vittime del Nordest) per loro gli onori in comune: “Vogliamo raccogliere le loro emozioni nel ritrovare radici che non hanno voluto dimenticare – spiega il sindaco – Ogni anno accogliamo qualche delegazione di concittadini e loro discendenti”.

Quel piccolo orto coltivato a radicchio trevigiano in quel di Canberra fa sorridere anche chi si occupa a spada tratta di tutela del prodotto: è Paolo Manzan, presidente del Consorzio di tutela radicchio rosso di Treviso e variegato di Castelfranco IGP, che proprio in questi giorni, nella propria azienda, sta mettendo a dimora le piante per il racconto di novembre: “Ci dà orgoglio sapere che c’è chi ha voluto piantare i semi delle nostre piante dall’altra parte del mondo, per sentirsi a casa: vuol dire che mettere l’anima in quello che facciamo e nel nostro prodotto crea anche questi frutti. Oggi gli associati al consorzio sono 130, e la produzione è raddoppiata negli ultimi due anni.

 

  • Barbara Ganz |

    grazie del suo racconto, B

  • tippete |

    Ho viaggiato, essenzialmente per lavoro, visitando oltre 90 Paesi, in tutti i continenti, e ho avuto occasione di incontrare individui, gruppi, associazioni di emigrati italiani un po’ dappertutto.
    “A’ miss o cake ‘n tell’oven?” è una frase che mi è rimasta impressa, ascoltata in un incontro di italiani a Chicago. Una donna che chiedeva conferma al marito di aver messo il dolce in forno.
    Ho visto tanti occhi lucidi, ho ascoltato tante storie, ho percepito quasi dappertutto il dolore per aver lasciato la casa natia, ma anche la soddisfazione per avergliela fatta.
    Sono d’accordo con il Ministro degli Esteri: non dobbiamo dimenticare di essere stati “migranti” anche noi.

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