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La scelta fra investire in Italia o all’estero, spiegata da chi ha raddoppiato l’azienda a Verona e – contemporaneamente – negli Usa

Sabato scorso, a Vicenza, mille imprenditori si sono riuniti dell’assemblea della Confindustria territoriale: rappresentavano una provincia che è in crescita, e la terza fra le province italiane – dopo Milano e Torino – per valore dell’export, ma la prima per export pro capite.

Una accesa polemica a distanza via Twitter ha di fatto tolto spazio alle – molte – idee, ai progetti, alle proposte che qui si sono messe a confronto. E anche alle testimonianze, quelle capaci di rispondere a molte delle domande che si sentono fare in giro. Ad esempio, l’imprenditore che investe all’estero dovrebbe invece farlo in Italia? Toglie lavoro e sviluppo al proprio territorio? Quali motivazioni ha?

Un tortellino fatto a Verona non lo puoi mica vendere dall’altra parte del mondo: è pasta fresca, ha una durata, delle condizioni di mantenimento. Se lo vuoi vendere lontano, lo vai a produrre lì, altrimenti come ci arriva fresco a Chicago?”.

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Gian Luca Rana è l’amministratore delegato del pastificio Rana, entrato in azienda giovanissimo. Oggi spiega che un tema come il lavoro non si esaurisce con soluzioni semplici: “”Io non credo che la politica da sola possa governare un tema complesso come l’occupazione, se non con palliativi. La verità è data dallo sviluppo, dalla capacità di un Paese di costruire valore per i propri cittadini, in Italia e all’estero. E questo lo dico perché negli ultimi cinque anni ho trascorso più di metà del mio tempo negli Stati Uniti per una operazione che ha portato la nostra azienda a raddoppiare con una crescita del 40% ogni anno. Non è successo solo perchè c’è un geniale imprenditore, giovanissimo, di 80 anni (cita il padre Giocvanni), che comunica splendidamente i tortellini in televisione, rigorosamente in dialetto veronese, e ha convinto gli americani ad acquistare per più di 350 milioni di dollari di prodotti italiani di nicchia e storicamente molto legati alla nostra tradizione“.

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L’anno chiave è il 2012, quando aprono il primo stabilimento di pasta e sughi freschi Rana a Chicago e il primo ristorante a New York, all’interno dell’esclusivo quartiere di Chelsea.

La macchina produttiva americana è una struttura complessa arrivata a 650 dipendenti in tre anni, con 37 nazionalità diverse rappresentate. “Al di là del risultato, la chiave è una: i giovani. Perché quando abbiamo deciso di aprire uno stabilimento in America mi sono trasferito io per primo con la mia famiglia, per essere fisicamente in quel mercato, e ho portato con me un gruppo di ragazzi sotto i 30 anni, oltre a qualche figura esperta, che avrebbero costituito il cosiddetto bacino di partenza e di esperienza. Oggi questi signori sono in parte residenti negli Usa, hanno cambiato la loro vita”.

Li chiamereste cervelli in fuga? “Quando sento questa espressione io sorrido: perché vedo cervelli felicemente interpreti di un successo insieme alle loro famiglie, integrati – un’altra parola che di cui ci siamo dimenticati l’importanza”.

Perchè investire negli Usa? Per un altro elemento facilitatore, ovvero la possibilità “di poter costruire e realizzare quello che volevamo. In questa terra che ci ha visti nascere, e alla quale io sono profondamente legato – porto l’emblema dell’Italia nel mondo e faccio un prodotto che più italiano di così non c’è  – l’ultima volta ci sono stati dati come termini per l’espansione produttiva del sito di San Giovanni Lupatoto sette anni. E negli Stati Uniti? Quanto ci vuole?”.

Rana racconta che in America “dopo due anni erano stati raggiunti i traguardi di un piano quinquennale, e gli spazi erano esauriti. Sono andato dal sindaco del villaggio, gli ho spiegato che avevo l’esigenza di ampliare crescere e produrre di più, e ho chiesto quali parametri dovevo rispettare, le distanze ad esempio. Lui ha chiesto: di che cosa ha bisogno? Io sono nuovo, mi spieghi le regole e come mi devo muovere, ho risposto, ma lui insisteva: mi dica di che cosa ha bisogno, se ha bisogno di triplicare presenti i disegni e io in un mese le garantisco le autorizzazioni“.

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Nel frattempo bisognava crescere anche in Italia, “sono tornato dal sindaco del mio paese: ci servirebbero altri 5mila metri, ho detto, poi in progressione 10 e 15mila. Vabbè adesso vediamo, un attimo. La conclusione è stata: tre anni. Allora ho dovuto fare qualcosa di diverso, cercare un altro stabilimento, nel frattempo siamo riusciti ad acquisire il nostro primo concorrente europeo e oggi parte del lavoro non viene fatto a Verona ma a Cuneo. Che va ovviamente benissimo, è un’altra meravigliosa terra italiana, ma abbiamo perso l’opportunità che io sento di dover dare ai miei concittadini, quelli che ci hanno permesso di essere dove siamo adesso”.

Investire in Italia, “lo faccio con orgoglio ogni volta che posso, e questo ci viene riconosciuto. Ma il mondo è cambiato e la rivoluzione digitale ha cambiato anche il modo di comunicare: vale anche per i consumatori, non solo per gli elettori. Prima, dall’alto e usando solo la tv come mezzo, qualcuno preparava delle informazioni studiate dal marketing per farle arrivare a chi aveva delle intenzioni di acquisto. Oggi non più: si parte dalle cucine. E come si fa? Con l’innovazione. Il consumatore non acquista più quello che è una invenzione della pubblicità, solo se hai verità e unicità puoi raggiungerlo. Capacità di essere unico, ma anche di parlare in modo diversi a diversi popoli”.

Nel mondo 52 Paesi mangiano i tortellini pensati a San Giovanni Lupatoto, lavorati da addetti di ogni nazionalità: altro che integrazione, “è un’altra parola che fa sorridere: basta avere l’Italia nel cuore ma essere mondiali, e noi siamo mondiali, i nostri prodotti – e non solo l’alimentare – ci rappresentano, non possiamo continuare a guardarci le scarpe. Dobbiamo costruire un domani per i nostri figli che saranno orgogliosi del lavoro che faranno”.

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Di ricette ne fa tante, uno che di cognome fa Rana, “ma oltre i tortellini darne non è facile. In fondo però ogni imprenditore sa cosa fare (si riferisce ai mille in sala per l’assemblea), hanno solo bisogno di essere lasciati lavorare (applausi in sala). Lasciateci lavorare, sappiamo fare il nostro mestiere. Senza paura: abbiamo vosto crollare banche, rinascere banche, è successo di tutto. Noi imprese non ci metteremo paura adesso”. Il momento non è dei più facili, ma “chi fa impresa ha una passione che può rovesciare una nazione. Con l’orgoglio di appartenere a un territorio,- vicentino, veronese – che ha vissuto momenti, anche dal punto di vista del sostegno finanziario, terribili”.

La proposta, chiara e diretta alla politica: “Provate ad ascoltare: imprese con 50 anni di storia hanno qualcosa da dire a chi è al Governo da 10 minuti e deve gestire l’Italia”. Quando è negli Stati Uniti la domanda che viene risolta spesso a un imprenditore italiano è facile da immaginare: “Ma come è adesso da voi? Rispondo: noi lavoriamo tanto, tantissimo. E siamo bravi. Lo siamo anche perché ci alleniamo da morire: immaginate voi di vivere in un Paese che ti chiede sette anni per costruire uno stabilimento”.

L’impresa è un fatto sociale, e così va raccontata: “Il nostro Paese deve all’impresa quello che abbiamo. Io adoro il mio Paese e adoro fare il mio lavoro. E dare lavoro oggi a 3.450 famiglie nel mondo, non solo in Italia. Siamo raddoppiati qui e siamo raddoppiati negli Usa. Abbiamo investito all’estero? Certo che lo abbiamo fatto. Abbiamo delocalizzato? Ma no: Abbiamo internazionalizzato l’azienda perché un tortellino, da san Giovanni Lupatoto, fresco, non ci può arrivare a Chicago. Fare uno stabilimento in America significa che abbiamo distolto investimenti? Ma no! Ho continuato a credere nel mio Paese e ho portato i miei ragazzi a vivere una nuova vita una nuova vita, una nuova dimensione. E’ quello che tutti vorremmo, avere figli del mondo in cui viviamo capaci di navigare in questo mondo”.

Dunque di che cosa ha bisogno una impresa oggi? “Di stabilità: quella che permette una visione a medio termine ma soprattutto garantisce quello sguardo internazionale di cui abbiamo bisogno. Il nostro è un Paese che non può vivere all’interno dei propri confini, deve espandersi e portare i propri giovani nelle opportunità del futuro che non sono solo locali. Il localismo rischia di essere nemico della crescita”.

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  • laissezfaire |

    Si può essere in accordo o meno su certi punti, ma per una volta non trovo critiche al discorso fatto dal Sig. Rana. Chiunque sano di mente capirebbe che quello che lui sta facendo non è delocalizzare. Ma crescere, come azienda. Ed è una cosa ben diversa. Se la produzione rimane in Italia ma si amplia nel mondo, ben venga. Ce ne fossero di imprenditori così. Saluti.

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