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Pfas: le analisi sulla popolazione, la nuova emergenza, il brevetto di Ca’ Foscari per misurare la concentrazione in modo immediato

La questione dell’inquinamento da Pfas si fa sempre più complessa; nei giorni scorsi la Regione del Veneto ha comunicato l’intenzione di portare alla Procura della Repubblica i dati dei rilevamenti nelle acque del Po che confermano una presenza di Pfas di nuova generazione a livelli anomali, quasi 2mila volte superiori a quelli legati nei rilevamenti del caso Miteni.

Nicola Dell’Acqua, commissario delegato per i primi interventi urgenti di Protezione civile in conseguenza alla contaminazione da Pfasnelle province di Vicenza, Verona e Padova, spiega che “la Regione del Veneto sta cercando di spiegare a tutta Italia che se non saranno definiti dei limiti nazionali non si potrà limitare l’uso di queste sostanze e agire con le necessarie bonifiche dei siti già inquinati. Nel Po ci sono Pfas in quantità 100 volte superiori a quelle di Miteni mentre il C6O4 (Pfas di nuova generazione) in quantità quasi 2milavolte superiore. Come Veneto, con l’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) alla Miteni siamo intervenuti bloccando l’attività riguardante il GenX e il C604. Ma con questo provvedimento regionale non possiamo fermare tutti gli sversamenti che raggiungono il Po. Soltanto ogni singola regione può intervenire sulle aziende che si trovano nel suo territorio. E questo conferma anche che non è vero che sarebbero bastati limiti posti dal Veneto per contenere l’inquinamento da queste sostanze; noi, infatti, avevamo fermato la produzione di queste sostanze ma nel Po continuano ad esserci quantità eccezionalmente superiori a quelle del sito Miteni”.

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Per la Regione del Veneto i Pfas sono una questione nazionale dal 2014: a luglio di quell’anno il direttore regionale del dipartimento Ambiente scriveva al ministero competente, e così è stato negli anni successivi. L’allora ministro Galletti, del Governo Renzi prima e Gentiloni poi, nel 2017, ha inviato una lettera a tutte le Regioni, chiedendo riscontro sull’eventuale presenza di Pfas nei loro territori. Lettera alla quale ha fatto seguito un sollecito a maggio dello stesso anno: le regioni che hanno risposto sono otto. Una relazione del CNR segnalava la presenza dei Pfas in altre regioni già dal 2013.

Pfas, ovvero sostanze perfluoro-alchiliche: “Un’emergenza ecologica nazionale, pari a quella della diossina che colpì Seveso nel 1976. Avere tutti gli strumenti operativi più concreti per affrontarla è fondamentale”, ha detto il presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, alla luce della proroga di un anno dello stato di emergenza in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche in alcuni territori delle province di Vicenza, Verona e Padova, decisa a inizio aprile dal Consiglio dei Ministri.

Lo stato di emergenza

“Con il prolungamento dello stato di emergenza – aggiunge il Governatore – il Commissario delegato Nicola dell’Acqua, nominato a seguito della dichiarazione del 21 marzo 2018, prosegue nel complesso lavoro di realizzazione e completamento di tutte le opere acquedottistiche previste per dare una risposta strutturale al problema. Lo dobbiamo, noi come lo Stato, alle decine di migliaia di persone coinvolte da questo inquinamento epocale e ai nostri figli, che hanno il diritto di trovare il più presto possibile una situazione ambientale risanata alla radice”.

Dopo la prima dichiarazione dello stato di emergenza del marzo 2018, il Commissario delegato per l’attuazione dei primi interventi urgenti ha provveduto alla stesura di un Piano di interventi emergenziali, nel quale, in base allo stanziamento previsto nella Deliberazione del Consiglio dei ministri, sono previste opere pari ai 56,8 milioni di euro. Approvato il piano a dicembre 2018 dal Dipartimento nazionale di Protezione Civile, sono state avviate, di concerto con gli enti coinvolti, le opere di progettazione delle infrastrutture acquedottistiche necessarie ad interconnettere gli acquedotti contaminati con fonti idropotabili di buona qualità presenti in altre aree del Veneto.

Lo screening

Sono 47.213 le persone invitate a partecipare allo screening, con un’adesione alla chiamata di circa il 60%; già disponibili gli esiti di tutti gli esami effettuati per 25.288 di loro; a 16.400 cittadini sono stati riscontrati valori di Pfas elevati e alterazioni delle pressione arteriosa o degli esami bioumorali; a tutti è stato suggerito e offerto, gratuitamente, un percorso di approfondimento di secondo livello. Questi e molti altri dati inediti sono contenuti nel nono Rapporto sul Piano di Sorveglianza Sanitaria sulla Popolazione esposta all’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche (PFAS), che la Regione Veneto, tramite le Ullss dell’area interessata, offre gratuitamente agli abitanti delle aree inquinate da tali sostanze. Lo studio è stato redatto, come sempre, dalla Direzione Regionale Prevenzione, Sicurezza Alimentare e Veterinaria.

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Come previsto da una specifica delibera della Giunta regionale, è anche in fase avanzata l’invito ai ragazzini nati nel 2003 (già convocato il 45,7% di loro) e di quelli in età pediatrica nati nel 2008 (83% di convocazioni già effettuate) e nel 2009 (30%).

Il territorio interessato è suddiviso in Area Rossa “A” e Area Rossa “B”, a seconda dell’intensità dell’inquinamento rilevato.

L’Area Rossa A comprende i Comuni serviti da acquedotti inquinati prima dell’applicazione dei filtri e localizzati sopra il plume di contaminazione della falda sotterranea. Si tratta di Alonte, Asigliano, Brendola, Cologna Veneta, Lonigo, Montagnana, Noventa Vicentina, Pojana Maggiore, Pressana, Roveredo di Guà, Sarego, Zimella e Orgiano.

L’Area Rossa B comprende i Comuni serviti da acquedotti inquinati prima dell’applicazione dei filtri, ma esterni al plume di contaminazione della falda sotterranea. Si tratta di Albaredo d’Adige, Arcole, Bevilacqua, Bonavigo, Boschi Sant’Anna, Legnago, Minerbe, Terrazzo, Veronella, Agugliaro (interessato in parte), Borgo Veneto (interessato in parte), Casale di Scodosia (interessato in parte), Lozzo Atestino (interessato in parte), Megliadino San Vitale (interessato in parte), Merlara (interessato in parte), Urbana e Val Liona (interessato in parte).

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Il protocollo di sorveglianza include un’intervista per individuare abitudini di vita non salutari e fornire informazioni e consigli su come proteggere la propria salute; la misurazione della pressione; esami del sangue e delle urine per valutare lo stato di salute di fegato, reni e tiroide, e l’eventuale presenza di alterazioni del metabolismo dei grassi e degli zuccheri; il dosaggio di 12 sostanze PFAS nel siero; l’invio agli ambulatori di secondo livello per la presa in carico dei soggetti con valori alterati e PFAS nel sangue.

Nel Rapporto della Direzione Prevenzione della Regione si conferma, come già osservato nelle precedenti rilevazioni, che sono 4 i composti rinvenuti in più del 50% della popolazione monitorata: si tratta di PFOA, PFOS, PFHxS e PFNA. Le concentrazioni nel siero risultano aumentare con il passare del tempo trascorso nell’area identificata. Tra gli adolescenti e gli adulti, si osservano concentrazioni sieriche di PFOA, PFOS e PFHxS significativamente più elevate nei maschi rispetto alle femmine, e nei residenti dell’Area Rossa A rispetto a quelli dell’Area Rossa B.

La nuova emergenza

Arpav, l’agenzia regionale per l’ambiente, ha comunicato pochi giorni fa agli uffici del Commissario delegato per i primi interventi urgenti di Protezione Civile in conseguenza della contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) delle falde idriche nei territori delle province di Vicenza, Verona e Padova, Nicola Dell’Acqua, quanto segue:

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“La settimana scorsa ARPAV ha ricontrollato e verificato altri tre punti nel fiume. Facendo seguito a quanto convenuto con gli organi regionali, a partire dalla fine di gennaio ARPAV ha esteso la ricerca di un nuovo composto C6O4 ad alcuni punti di acqua superficiali collocati in punti di attingimento idropotabile.

L’inquinante emergente in questione era in passato stato ritrovato nelle acque contaminate nei pressi dello stabilimento della Miteni, che lo utilizzava nel processo produttivo a sostituzione dei PFAS tradizionali. Ma si è ritenuto di ricercarlo nell’ambiente per verificare la presenza da altre possibili fonti.

A marzo è stata riscontrata una positività presso la stazione di acque superficiali sul fiume Po in località Corbola con la determinazione di un quantitativo di alcune decine di nanogrammi litro. Il campionamento è stato ripetuto il 2 aprile scorso, confermando il ritrovamento sia nella stazione già campionata che a monte e a valle della stessa. Considerato che, data l’ubicazione dei punti di campionamento, risulti pressoché impossibile che derivi dal sito inquinato nell’area dell’azienda Miteni, il composto quasi sicuramente deriva dalle regioni del bacino padano a monte idraulico delle prese in cui è stata ritrovata la sostanza con una concentrazione di circa 80 nanogrammi/litro. Ricordiamo, infatti, che la stazione è ubicata in prossimità di Castelmassa, al confine con Lombardia ed Emilia.

Una sostanza così poco utilizzata e di nuova generazione per essere riscontrata in queste quantità nel fiume più grande d’Italia fa supporre che si possano trovare a monte fonti di inquinamento importanti. Si ricorda che per questa sostanza di nuova generazione gli standard analitici commerciali non sono disponibili e le analisi, ad oggi, sono sperimentali. Per questo motivo la Regione del Veneto ha predisposto una segnalazione alle Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte riguardo a questo ritrovamento.

Non essendovi limiti europei e nazionali, per motivi precauzionali il gestore della rete idropotabile Acque Venete ha già ordinato nuove batterie di filtri.

Queste azioni sono rese possibili anche grazie all’attività che la Giunta Regionale ha impostato già un anno e mezzo fa, con la Dgr 2232 del 2017, richiedendo a tutti i gestori della rete idropotabile di studiare sistemi di abbattimento da implementare qualora si trovassero ad affrontare situazioni impreviste come questa.”

Il brevetto all’università

Trovare le ‘impronte digitali’ dei Pfas con un test veloce e alla portata di tutti. Ricercatori dell’Università Ca’ Foscari Venezia hanno brevettato un sensore elettrochimico che riesce a misurare la concentrazione di Perfluorottano Sulfonato (Pfos), tra le molecole della famiglia dei Pfas più diffuse e inquinanti. Gli impatti sulla salute per l’accumulo di questi composti sono ancora oggetto di studio, ma le prime ricerche confermano rischi per la salute.
I composti perfluoroalchilici sono molto resistenti al degrado e conferiscono proprietà idrorepellenti ed ignifughe al materiale su cui sono applicati. Per tale ragione sono largamente utilizzati in processi industriali per la produzione, ad esempio, di tessuti impermeabili o antimacchia.

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Per la loro persistenza nell’ambiente e accumulo negli organismi viventi, uomo incluso, sono considerati inquinanti emergenti e pericolosi a livello globale. Sono balzati all’attenzione delle cronache e hanno generato allarme in Italia, in particolare dopo la scoperta della contaminazione di falde acquifere in Veneto.
La Regione del Veneto ha fissato un livello nelle acque destinate al consumo umano di 30 nanogrammi per litro per il Pfos, una concentrazione che il sensore riesce a identificare.
“Oggi servono costose analisi di laboratorio per misurare la concentrazione di Pfos – spiega Paolo Ugo, professore di Chimica analitica a Ca’ Foscari e coordinatore del team di inventori del sensore – mentre il nostro sensore permette un riscontro sul campo, immediato e poco costoso, utile, ad esempio, a concentrare gli ulteriori approfondimenti analitici solo sui siti più inquinati”.
Il sensore impiega polimeri a stampo molecolare, una specie di ‘reticolo’ creato ad hoc le cui cavità coincidono con le molecole che si vorranno riconoscere: lo stampo intrappola quindi le molecole complementari.

In questo caso, conoscendo l’impronta del Pfos, il sensore è in grado di riconoscerlo e misurarne la concentrazione.
L’invenzione è opera del team coordinato dal professor Paolo Ugo e composto dalla professoressa Ligia Maria Moretto, dalla ricercatrice Angela Maria Stortini e dalla ricercatrice iraniana Najmeh Karimian, arrivata dall’Iran al Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi di Ca’ Foscari nel 2016 proprio per l’attività di ricerca che ha permesso di sviluppare il sensore e presentarlo alla comunità scientifica internazionale con un articolo sulla prestigiosa rivista scientifica Sensors dell’American Chemical Society.
Il brevetto è ora pronto a un ulteriore passaggio prima di poter arrivare nelle case e nelle aziende interessate, ad esempio quelle che gestiscono le reti idriche. Occorre infatti l’investimento industriale per ingegnerizzare il dispositivo che rende facilmente fruibile sul display la misura effettuata dal sensore. Il risultato finale sarà un apparecchio simile al glucometro, comunemente utilizzato per misurare la glicemia.

Veneto regione esperta

Il Ministro dell’Ambiente ha annunciato che la prossima settimana verrà istituito un tavolo tecnico nazionale con l’obiettivo di porre limiti nazionali all’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche (PFAS). Al tavolo saranno chiamati a partecipare, oltre ai rappresentanti del Ministero stesso, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e la Regione del Veneto nel ruolo di ente esperto in materia.

L’annuncio è avvenuto nel corso della Conferenza del Bacino Padano, alla quale hanno partecipato i responsabili dell’ambiente di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. L’incontro convocato dal Ministro prevedeva tra i punti all’ordine del giorno anche di trattare il tema dei limiti all’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche, così come sollecitato a più riprese dall’Assessore all’ambiente della Regione del Veneto. Questo, in particolare e ancor più, in seguito ai più recenti rilevamenti sul fiume Po che hanno evidenziato un’allarmante presenza di C6O4 (PFAS di nuova generazione) duemila volte superiore ai livelli registrati nell’area interessata dall’inquinamento della Miteni di Trissino.

“Siamo a totale disposizione del Ministero per portare la nostra esperienza in materia, – sottolinea l’Assessore regionale all’ambiente – soprattutto fornendo i dati registrati in questi anni relativi alla presenza di PFAS nel nostro territorio regionale. Chiediamo altresì velocità ed immediatezza nel trattare un tema che, come dimostrano i rilievi lungo il fiume Po relativi alla presenza di anomale concentrazioni di C6O4, ha carattere nazionale e come tale va affrontato soprattutto a tutela di tutte le popolazioni interessate”.

Il Ministro ha inoltre spiegato ai rappresentanti delle regioni del territorio padano di avere chiesto alla Commissione Europea di porre limiti di 100 nanogrammi per la somma dei PFAS, 30 per i PFOS e 65 per i PFOA. Sembra, però, che sul tema sia emersa l’opposizione di alcune nazioni.