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Quelli che lasciano il posto fisso; una lettura – diversa – sul lavoro

Ci sono i dati aggiornati sulla disoccupazione, scesa in Italia sotto la soglia – anche psicologica – del 10% (non succedeva dal 2012).

Gli ultimi dati Istat sull’occupazione in Veneto relativi al primo trimestre 2019 fotografano 2.165.000 occupati, un numero in aumento rispetto ai 2.116.000 del quarto trimestre 2018 e ai 2.138.000 del corrispondente primo trimestre 2018. “Il tasso di occupazione in Veneto arriva a toccare il 67,5% in Veneto, la più alta percentuale di sempre, quasi nove punti in più rispetto alla media nazionale del primo trimestre 2019 pari a 58,2%”, sottolinea con soddisfazione l’assessore al lavoro della Regione Veneto, Elena Donazzan. Aumenta il tasso di occupazione femminile, che in Veneto per la prima volta supera la soglia del 59 % (a fronte del 49,6% della media nazionale) e scende al 6,2% il tasso di disoccupazione, in calo dello 0,8% rispetto al primo trimestre 2018 e di cinque punti inferiore all’11,1 % della media nazionale.
Per l’assessore Donazzan “i dati diffusi oggi  sono incoraggianti, in particolare per il Veneto. Stiamo approfondendo il quadro regionale, anche per comprendere se l’aumento degli occupati abbia in un qualche modo dei riflessi dal punto di vista qualitativo su contratti e salari”.

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Anche gli ultimi dati sulle crisi aziendali in Veneto non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di qualche anno fa, quando la crisi è arrivata al culmine, ma ovviamente di casi aperti ce ne sono, e si può dare una lettura diversa di questi dati.

«In qualche modo occorre cambiare la nostra mentalità – spiega Tiziano Barone, direttore di Veneto Lavoro – La crisi, cioè, è una compagna di viaggio che non può essere eliminata del tutto dalla vita delle persone e delle aziende. Può succedere, e quando accade l’unica risposta possibile non è salvare a tutti i costi il vecchio posto di lavoro».

Lo dicono anche i dati: ogni anno, su 700mila contratti di lavoro a tempo indeterminato in Veneto, 100mila sfociano in un licenziamento volontario. «Vuol dire che una persona su sette decide, volontariamente, di cambiare: lo fa perché ha trovato di meglio, magari una retribuzione migliore, magari una posizione logisticamente più favorevole o una materia più affine ai propri studi e alle proprie competenze. È necessario cambiare approccio a questi cambiamenti, e alla difesa a oltranza del posto fisso come lo conoscevamo. Se poi la crisi arriva inattesa e c’è bisogno di ricollocare le persone che perdono il posto, allora entrano in gioco le politiche del lavoro che devono accompagnare le persone a una riqualificazione con l’obiettivo di una nuova occupazione», conclude Barone, che sottolinea la necessità di rafforzare il sistema pubblico/privato dei servizi al lavoro e delle politiche attive. “E’ anche fondamentale misurare i risultati occupazionali e insistere sul rimborso a risultato delle azioni avviate”, esattamente come avviene nel caso dell’assegno per il lavoro, lo strumento made in Veneto che permette di contrastare la disoccupazione di lunga durata supportando i disoccupati over 30 nella ricerca di un nuovo lavoro attraverso servizi gratuiti di orientamento, formazione e inserimento lavorativo.

Il contesto è quello di un mondo del lavoro che riserva più di una sorpresa, a cominciare da quel tempo indeterminato che non sembra coincidere con quel posto “fisso” tanto agognato. Circa il 10% dei contratti a tempo indeterminato si interrompe infatti già nel corso dei primi tre mesi (il più delle volte per volontà del lavoratore e non per licenziamento), la metà non dura più di tre anni e solo quattro su dieci arrivano al quinto anno. Se però si arriva al tempo indeterminato non da un’assunzione diretta ma tramite la trasformazione di un contratto a termine, le probabilità di stabilità sono leggermente superiori.

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Al primo posto c’è il settore metalmeccanico con 165, la logistica è in quarta posizione con 76, per un totale di 694 aziende interessate da un evento di crisi fra il gennaio 2017 e il dicembre 2018. Ma il report di Veneto Lavoro relativo al quarto trimestre 2018 offre anche segnali incoraggianti. In particolare, le comunicazioni di avvio di procedure di crisi nell’anno risultano 230 per 188 imprese coinvolte (ogni impresa può avere più stabilimenti), contro le 266 del 2017 (per 227 imprese), ma con un numero di lavoratori potenzialmente coinvolti di 8.960 unità (superiore ai 7.333 del 2017).

L’Osservatorio sul mercato del lavoro conferma una tendenza in atto da alcuni anni. Dopo i picchi registrati tra il 2013 e il 2014, le nuove aperture di crisi hanno toccato nell’ultimo anno il valore minimo storico a quota 230 comunicazioni di avvio (-14%).

Sostanzialmente è stabile il numero di accordi sottoscritti tra le parti sociali per la gestione delle crisi e che prevedono il ricorso alla Cassa integrazione straordinaria o a procedure di licenziamento collettivo: nel 2018 le procedure di licenziamento collettivo siglate sono state 202 per un totale di 7.417 lavoratori coinvolti. Complessivamente il numero totale dei licenziamenti di rapporti di lavoro a tempo indeterminato (comprensivo quindi dei licenziamenti economici individuali e di quelli per motivi disciplinari) è diminuito di circa 3mila unità rispetto al 2017: 32.800 a fronte dei 35.500 dell’anno precedente. Il calo è determinato in maggior parte da quelli economici e collettivi, mentre i licenziamenti per motivi disciplinari sono lievemente aumentati.

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Ci sono anche delle differenze a livello territoriale. Nel 2018, nel Bellunese si sono registrati complessivamente 1.385 licenziamenti di rapporti di lavoro a tempo indeterminato (250 dei quali a seguito di procedure di licenziamento collettivo), in provincia di Padova 6.615 licenziamenti (625 collettivi), a Rovigo 1.760 (70 collettivi), a Treviso 5.450 (350 collettivi), a Venezia 5.525 (475 collettivi), a Verona 7.025 (370 collettivi) e a Vicenza 4.985 licenziamenti (600 collettivi).

Sul fronte degli ammortizzatori sociali, i dati Inps segnalano un deciso calo delle ore autorizzate di Cassa integrazione, che ammontano complessivamente a 18,5 milioni per effetto della diminuzione della Cassa integrazione straordinaria e in deroga (-59%) e del lieve aumento della Cassa integrazione ordinaria (+15%). Il tiraggio, ovvero l’incidenza dell’utilizzo effettivo dello strumento, si attesta al 30%, per un totale di 5,6 milioni di ore di Cig utilizzate.

La maggior parte delle aziende interessate da almeno un evento di crisi nel biennio 2017-2018 si concentra nei settori del metalmeccanico e del Made in Italy. Due aziende su tre hanno dovuto ridurre il personale a seguito di procedure di licenziamento collettivo e in molti casi ciò ha comportato una variazione nella classe dimensionale dell’azienda, da oltre 15 dipendenti a meno di 15. Il 20% delle aziende risulta multilocalizzata, ovvero con più sedi di lavoro distribuite sul territorio veneto, mentre tra quelle unilocalizzate, la maggior parte è ubicata nelle province di Padova, Venezia e Vicenza.