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Ricordare il Vajont con i fatti, sostenendo il lavoro e chi fa impresa in montagna

«La tragedia del Vajont ha mille significati e tutti importanti. Come imprenditori non possiamo non ricordare però la dignità di chi è ripartito e ha trasformato questo territorio partendo dalla manifattura».

A dirlo, nelle ore dell’anniversario del Vajont, è la presidente di Confindustria Belluno Dolomiti Lorraine Berton (nella foto in basso).

«Il post-Vajont ha visto il Bellunese risorgere, dandosi una veste industriale e modificando la propria economia. La maggior parte delle imprese, arrivata dopo la Tragedia, è rimasta, creando occupazione, benessere, dimostrando responsabilità sociale e rispetto per il territorio. Il Bellunese ha ancora oggi il 40 per cento della propria manodopera impiegata nelle fabbriche, una delle percentuali più alte a livello nazionale ed europeo».

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«Ecco», afferma Berton, «questo cuore manifatturiero deve essere preservato e deve continuare a battere. Agli industriali spetta il compito di innovare, andare avanti e dialogare con le comunità, mentre alle Istituzioni quello di sostenere questa crescita».

«Purtroppo, verso la manifattura di montagna non c’è l’attenzione necessaria. Alle misure nazionali che spesso si invocano – come il taglio del cuneo fiscale o gli sgravi per investimenti – vanno affiancate politiche ad hoc per le piccole  e medie imprese montane, da sempre baluardo di innovazione e qualità, ma spesso tagliate fuori dalle grandi reti infrastrutturali e pure telematiche».

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«Nel giorno del Vajont, quindi, vorrei lanciare un messaggio alle Istituzioni, nazionali in primis, perché non lascino sole le nostre imprese e perché il Governo riprenda in mano le misure richieste dagli Stati generali della montagna», l’appello di Berton. «Il Vajont e la montagna non si ricordino con le parole, ma coi fatti».

Era il 9 ottobre 1963; alle 22.35 una parte del monte Toc franò nel bacino artificiale. Duemila i morti. Nel giugno del 2013 gli industriali di Belluno avevano scelto per la loro assemblea proprio  il nuovo padiglione di Longarone fiere, costruito all’ombra della diga, quella che nei racconti imprecisi del disastro viene spesso data per crollata, e invece è ancora lì. «Una tragedia per l’Italia, ma per noi bellunesi qualcosa di più – si disse allora – Nella sofferenza quella catastrofe rappresentò un punto di svolta per la nostra comunità. L’onda sconvolse un territorio di per sé debole dal punto di vista sociale ed economico». Nel 1961 erano 27mila i bellunesi lontani da casa per motivi di lavoro, oltre 20mila gli emigrati. Il boom economico del dopoguerra si era dimenticato di questa terra», eppure qui è nato il distretto dell’occhiale, con significative presenze anche nella meccanica, nell’elettronica, nell’agroalimentare e nel tessile.

Era stata un modello, quella ricostruzione che all’epoca seguì criteri innovativi e illuminati, con sostegno a ogni realtà produttiva che avesse deciso di insediarsi qui, contributi a fondo perduto dal 50 al 70%, esenzione decennale dall’imposta sulla ricchezza mobile per le imprese preesistenti e di nuova costituzione. Con risultati, malgrado isolati episodi speculativi, ben oltre le aspettative. In dieci anni, le unità locali delle aziende associate a Confindustria crebbero del 500%, i dipendenti del 260%. Una legge che fu un esempio di politica industriale, nonostante non potesse contare su una grande dotazione finanziaria.