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I conti della pandemia: produzione industriale a Vicenza -8,8%

Appena un giorno dopo la diffusione dei dati sull’economia veronese (con una provincia che risente dell’impatto dell’emergenza coronavirus che si è manifestata da fine febbraio Gli effetti delle misure restrittive introdotte per contenere la diffusione del Covid 19 hanno prodotto una caduta dell’attività senza precedenti nelle serie storiche disponibili, con prospettive per il secondo trimestre in forte peggioramento) ecco la situazione a Vicenza, altra provincia solida e fortemente esportarice.

“Questo Paese è da decenni che non fa i compiti a casa e si trova ora con il fiato cortissimo per poter affrontare questa crisi con mezzi che sono vecchi e inappropriati. Il Sistema Paese ha assoluta necessità che quello che un tempo veniva chiamato ‘decreto aprile’ sia efficace, ossia di immediata e semplice applicazione e non frutto di un approccio cervellotico e burocratico come sempre. Non vorremmo che dietro alle consuete complicazioni ci fosse la malcelata volontà di rendere impossibile o ancor peggio inutile l’accesso ai contributi, in modo da minimizzare le uscite di cassa per lo Stato”.

Il presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi parte dal contesto del Sistema Paese per introdurre i dati della 147^ indagine congiunturale di Confindustria Vicenza relativa al primo trimestre 2020.

“Dopo il cosiddetto ‘anno bellissimo’, il 2019, che ci è valso l’entrata nell’economia dello zero – continua – il primo trimestre 2020 ci mostra cali che non si vedevano dal 2009, che fu l’anno peggiore della crisi. Però bisogna essere oggettivi, i due momenti non vanno paragonati perché le cause sono chiaramente diverse e quindi anche le risposte devono essere diverse. Certo, sono andamenti che ci danno un parametro per capire in che condizioni siamo”.

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PRODUZIONE E MERCATI

La produzione industriale del campione di aziende vicentine analizzato, infatti, fa segnare un -8,84% rispetto al I trimestre 2019, che comunque segnava già -0,7% rispetto al medesimo periodo del 2018.

Tornando al periodo gennaio-marzo 2020, a fronte del 18% delle aziende che dichiara aumenti di produzione (era il 33% il trimestre scorso), il 62% delle ditte evidenzia cali produttivi (era il 32% nell’ultimo trimestre 2019) determinando un saldo di opinione pari a -44 (era +1 nel precedente trimestre).

Il numero di aziende che denuncia un livello produttivo insoddisfacente rappresenta il 59% del totale (era il 35% nel trimestre precedente).

Le vendite sul mercato interno crollano: -8,74% nel I trimestre di quest’anno rispetto al medesimo del 2019.

L’export verso i mercati extra UE fa segnare un -4,5% rispetto al primo semestre 2019 che partiva già ‘basso’ visto anche allora il calo fu del 4,2% rispetto al 2018, che invece fu un anno da record.

Le perdite sono più contenute, anche se comunque cospicue, nell’ambito dei mercati UE che fanno segnare un -3,54% rispetto ad un primo trimestre 2019 che però fece segnare un bel +3,05%. Quindi, in termini assoluti, la situazione dei mercati europei è sicuramente di gran lunga migliore rispetto a tutti gli altri mercati.

“I dati sono tremendi ma non potevamo certo aspettarci qualcosa di diverso – commenta Vescovi –. Bisogna agire subito in vista dei prossimi mesi perché questi dati sono la somma di un gennaio che non fu per nulla male, di un febbraio che ha visto il primo contagio italiano solo a fine mese e di un lockdown che è ufficialmente partito col DPCM del 22 marzo, concretizzandosi di fatto con la chiusura delle attività il 25 marzo. Parliamo quindi di un trimestre in cui, tra difficoltà inimmaginabili e un mercato internazionale bloccato per le nostre aziende che sono le più esportatrici d’Italia, si è comunque in parte lavorato. Deve essere chiaro fin d’ora che aprile e maggio saranno molto peggio, quindi l’impatto su fatturati e incassi si manifesteranno in modo violento a giugno e luglio. Per ora è ancora l’Europa che ci salva, oltre agli acquisti di titoli di Stato da parte della BCE che ci stanno letteralmente salvano i conti, è il mercato unico che si dimostra imprescindibile per un tessuto economico che si basa sull’industria e sull’export per sostentare il Paese”.

Sul rapporto tra Italia ed Europa, poi, Vescovi lancia un appello pragmatico e chiaro a Governo e Parlamento, maggioranza e opposizione: “A nessuno è piaciuto il ridicolo balletto di Bruxelles di questi mesi, detto questo, non si capisce cosa si stia aspettando a ratificare l’accordo sul MES che permetterebbe di finanziare il Sistema Sanitario Nazionale a prezzi veramente bassissimi (si stimano risparmi di almeno 7 miliardi rispetto a recuperare la stessa cifra sui mercati e in Italia non possiamo permetterci di non badare al debito pubblico che pesa sui nostri figli). A questo punto, come già proposto dal presidente designato di Confindustria Carlo Bonomi, si aprirebbe immediatamente l’opportunità di eliminare l’Irap, tassa che finanzia proprio la sanità la quale però, col MES, sarebbe al sicuro. Un automatismo che quindi non colpirebbe la sanità e darebbe respiro immediato alle imprese permettendo loro di risalire la china. Con le condizioni ad oggi stabilite sul MES, non c’è un minuto da perdere in chiacchere”.

ORDINI

La consistenza del portafoglio ordini rimane stabile per il 20%, aumenta per il 18% mentre cala per il 62% delle aziende. Il periodo di lavoro assicurato supera i tre mesi nel 18% dei casi.

LIQUIDITÀ E INCASSI

La percentuale di aziende che denuncia tensioni di liquidità è del 28% (a testimonianza di una certa solidità pre-covid del sistema industriale, per lo meno sul breve periodo, anche se nel trimestre precedente il dato era solo del 13%) mentre raggiunge addirittura il 43% la cifra di coloro che lamentano riardi negli incassi (era il 16% nel trimestre precedente).

PREZZI

Nel I trimestre 2020 i prezzi delle materie prime sono leggermente cresciuti (+0,03%) come anche i prezzi dei prodotti finiti (+0,4%).

OCCUPAZIONE

Nel periodo gennaio-marzo 2020 l’occupazione segna una diminuzione dello 0,28%.

Il 66% delle aziende dichiara di aver mante­nuto inalterato il proprio livello occupazionale, il 15% l’ha aumentato, mentre il 19% ha ridotto la propria forza lavoro.

Nei prossimi mesi, con il blocco dei licenziamenti per legge e i dati di Veneto Lavoro che hanno già mostrato il blocco, di fatto, dei contratti a termine, questa voce presenterà sicuramente andamenti inconsueti.