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Quando chiude una bottega o un bar, chiude un paese: la mappa dei centri senza negozi

La pandemia ha avuto, fra i suoi molti effetti, quello di far riscoprire il ruolo del negozio di vicinato: più piccolo, meno frequentato, spesso si è reso disponibile a fare le consegne a domicilio per le persone più in difficoltà. Un ruolo importante, ma comunque a rischio. I numeri sono impietosi: dal 2015 al 2018, secondo Confcommercio Veneto, la grande distribuzione è cresciuta del +9,88%, mentre i negozi di vicinato hanno subito un calo del 6,02% in termini di consistenza numerica, e del -5,51% in termini di superficie di vendita.

In questa mappa trovate la situazione come risulta da un rapporto di Uncem, l’associazione dei Comuni montani. I punti colorati con l’icona di una borsa della spesa sono i comuni in prima classe, cioè Assenza di esercizi commerciali (classificazione Ateco 471 e 472) nel territorio comunale. Sono cinque per il Veneto (Farra d’Alpago, Pieve d’Alpago, Zoldo Alto, Forno di Zoldo, Soverzene) e sei in Friuli VG (Drenchia, Pulfero, Stregna, Taipana, Clauzetto e Frisanco).

In azzurro i Comuni veneti in classe 2 (fino a tre esercizi commerciali): sono 31.

In rosso con la stellina  i 37 Comuni del Friuli VG in seconda classe.

 


La mappa è una ricognizione puntuale e non registra i cambiamenti successivi (a me che scrivo, ad esempio, risultano più di tre negozi a Borca di Cadore. Se avete segnalazioni di nuove aperture o modifiche mandatemele via mail a barbara.ganz@ilsole24ore.com così lo segnalo, grazie).

Come si affronta questa situazione?

Patrizio Bertin, neo presidente di Confcommercio Veneto, ricorda di avere lanciato l’allarme vent’anni fa, «quando in Francia hanno iniziato a pagare chi apriva un negozio. Noi non vorremmo arrivare a tanto, vorremmo avere un tessuto economico valido e che premia chi fa impresa. Peccato però dover agire in emergenza quando per anni gli allarmi sulle chiusure sempre più frequenti sono rimasti inascoltati da parte dei Comuni che si sono lasciati tentare dai grandi insediamenti commerciali, magari in cambio di una rotatoria o di un allargamento del cimitero. Non vogliamo demonizzare le vendite online, ma gestire il cambiamento. Però va detto che quando si parla dei 1.500 posti di lavoro creati dai colossi dell’e commerce anche in Italia, sarebbe corretto confrontarli con l’occupazione perduta nel commercio. Quando chiude una bottega, spesso chiude un paese»

Un problema, perché se è vero che c’è una questione complessiva di tenuta del commercio nelle aree urbane, in aree periferiche o di montagna un negozio che chiude significa un netto peggioramento delle condizioni di vita, e un incentivo in più allo spopolamento. «Nelle zone montane, nei Comuni alpini e appenninici, il fenomeno della deserificazione commerciale è ormai gravissimo e ha già generato oltre 200 Comuni senza un’esercizio commerciale – spiega Marco Bussone, presidente di Uncem, l’Unione nazionale comuni, comunità ed enti montani -. Quando chiude un negozio o un bar, chiude un paese. Vale in Italia, in Spagna, in Francia,che però ha varato il piano ‘1000 bistrot’ per incentivare la presenza di bar e caffè, spazi plurifunzionali».

Nessuna contrapposizione tra città e montagna, precisa Bussone: «I negozi sono importanti ovunque si trovino. Attenzione però a non mettere un problema prima dell’altro, accendere i riflettori sui quartieri e spegnerli sui borghi, nel caso fossero mai stati accesi. Non sono processi semplici e Uncem chiede a Stato e Regioni di lavorare a precise soluzioni, culturali, politiche, normative, finanziarie. La montagna senza negozi e opportunità, senza servizi e senza punti di ritrovo, i bar, muore. Non è un fenomeno che nasce oggi. Non dimentichiamolo. E affrontiamolo, trovando soluzioni che potrebbero peraltro servire anche nei quartieri urbani». Se l’elenco dei paesi privi di attività commerciali è tutto sommato contenuta, molto più lunga è quella dei centri in cui resiste un solo bar o negozio: 31 Comuni in Veneto, 37 in Friuli Venezia Giulia, dove altri 33 Comuni si fermano a soli tre esercizi (limite raggiunto anche in 49 paesi veneti).

La rilevazione Uncem non si allarga fino al Trentino Alto Adige, ma il tema è sentito anche qui, tanto che all’inizio dell’anno la Giunta provinciale di Bolzano ha prorogato anche per il biennio 2020-2021 le misure straordinarie varate già nel 2014 per «assicurare in tutte le zone dell’Alto Adige, anche quelle più periferiche, la sopravvivenza dei piccoli negozi di paese che consentono non solo al commercio di vicinato di proseguire con l’attività, ma anche alla popolazione di avere accesso ai prodotti necessari alla vita di tutti i giorni senza doversi spostare verso le zone urbane.

Per l’assessore Philipp Achammer «i piccoli negozi sono parte integrante della vita dei nostri paesi e il loro servizio è fondamentale non solo per i residenti, ma anche per i turisti» Grazie alla delibera approvata dall’esecutivo nel corso dell’ultima seduta dell’anno 2019, la Ripartizione economia può assegnare contributi sino a 15mila euro per l’apertura di nuovi negozi in località prive di queste strutture di vendita. Per esercizi di vicinato si intendono i negozi che operano in località rurali con almeno 150 abitanti e che esercitano il commercio al dettaglio di generi alimentari e di prima necessità. Inoltre, per offrire sostegno alla sopravvivenza dei piccoli negozi di paese già presenti, la Provincia garantisce incentivi ulteriori che vanno dai 9mila agli 11mila euro a seconda dei servizi offerti: dalla vendita di giornali al servizio postale, dalla consegna a domicilio alla vendita di prodotti locali. Nel corso del 2019 sono stati elargiti contributi per un totale di 889.500 euro a 86 esercizi commerciali.

Questione di fiducia

Trustpilot (piattaforma specializzata in recensioni – gratuita e aperta a tutti. Con più di 90 milioni di recensioni e oltre 390.000 domini ospitati) ha indagato su un tema quanto mai attuale: la fedeltà del cliente ad una data azienda ai tempi di Covid-19. Secondo questo sondaggio il 66,5% dei consumatori tende ad aiutare il proprio negozio di fiducia se in un momento critico. A non avere questa priorità, invece, è solo il 10,9% degli intervistati.

La maggioranza dei consumatori coinvolti nel sondaggio, infatti, ha confermato che sta cercando di acquistare dagli stessi negozi da cui si riforniva prima dell’emergenza (56%), chi ha deciso di cambiare fornitore è invece solo un terzo del campione (33%).

Sono state indagate anche le motivazioni di chi ha dovuto/voluto modificare le proprie abitudini d’acquisto. Tre quelle più gettonate: per il 17,6% del campione, la motivazione principale è stata legata ad una gestione insoddisfacente del servizio clienti dell’azienda durante la crisi, per il 15,8% si è trattato di un’impossibilità materiale in quanto il proprio negozio di fiducia non aveva un e-commerce; mentre per il 10,8% la causa scatenante è stata la lentezza nell’evasione degli ordini, quindi una difficoltà nella gestione della logistica.