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L’azienda friulana che crea ponti nel mondo (e un cantiere fra i coccodrilli)

Due grandi opere separate da oltre 10mila chilometri in linea d’aria, in Botswana e Perù, entrambe con l’impronta del made in Italy e la firma di Cimolai Spa, azienda leader nella progettazione, fornitura e montaggio di strutture complesse in acciaio.

Si tratta di due avveniristici ponti strallati che l’azienda friulana sta ultimando per un valore complessivo di oltre 150 milioni di euro. Lavori dalla forte complessità ingegneristica e al tempo stesso di profonda rilevanza a livello sociale, perché intervengono sulla accessibilità dei luoghi e le prospettive di sviluppo, e – secondo un modello replicato da Cimolai nei diversi cantieri, a differenza di quanto fanno ad esempio le imprese di costruzione cinesi, abituate a portare con sé tutte le maestranze necessarie – generano lavoro direttamente sul posto.

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In Sud America, e in particolare nella regione di Loreto in Perù, Cimolai ha da poco ultimato il ponte strallato sul fiume Nanay come subappaltatore della joint venture Cosapi, Mota-Engil e Incot. Dal peso complessivo di circa 6mila tonnellate, l’opera è formata da due viadotti di accesso composti da 34 impalcati di lunghezza variabile per complessivi 1.510 metri di lunghezza, mentre il ponte centrale presenta due torri alte 80 metri e tre luci strallate, due da 91,5 metri e una da 241,5. Dimensioni che rendono il Ponte Nanay un unicum in Perù, e lo fanno entrare tra le infrastrutture più lunghe del continente sudamericano. Si tratta del primo passo per il collegamento, attraverso una strada a doppia corsia, una per senso di marcia e marciapiedi laterali, della città di Iquitos che, con quasi 400mila abitanti, è la più grande al mondo attualmente sprovvista di collegamenti terrestri e raggiungibile solo per via fluviale o aerea.

Le complesse operazioni di installazione, realizzate mediante sollevamenti tandem lift con il supporto di gru di grande portata, pile provvisorie per le campate laterali, derrick di avanzamento e sollevamenti dei conci da chiatta fluviale, sono iniziate lo scorso aprile e si sono oramai concluse, rispettando le tempistiche, nonostante le difficoltà dovute alla pandemia da Covid-19 e a quelle meteorologiche della zona. Il ponte, infatti, è ubicato sul fiume Nanay, in piena foresta amazzonica peruviana, a poche centinaia di metri dal suo sbocco nel Rio delle Amazzoni. Nella zona, il dislivello idrico medio annuale raggiunge gli 8 metri, sommergendo per buona parte dell’anno l’area interessata dall’opera e rendendo molto complesse le attività di installazione.

Coccodrilli e ippopotami

Ancora più avventurosa la realizzazione in Africa, dove Cimolai sta completando, in joint venture con l’impresa Itinera (Gruppo Gavio), il ponte sul fiume Okavango, nel villaggio di Mohembo, a nord del Botswana, all’interno di un’area inserita dall’Unesco tra i siti patrimonio mondiale dell’umanità. L’opera, lunga 1.160 metri e larga 12,4 metri con una ampiezza massima di 200 metri nella campata centrale, è costituita da un impalcato in acciaio formato da due travi principali e una trave di spina. Il ponte è sostenuto da 72 stralli e due piloni principali alti oltre 50 metri, realizzati in sezioni troncoconiche di acciaio di diametro e spessore variabile che ricordano nella forma le zanne degli elefanti, con un profilo che caratterizza fortemente il progetto.

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L’intero ponte, che pesa oltre 4.500 tonnellate, è stato completamente realizzato e verniciato in 12 mesi impegnando in parallelo le officine Cimolai di Roveredo in Piano e Monfalcone, prima di essere spedito in Africa in una unica soluzione, a bordo di una nave dedicata. Il suo completamento consentirà di collegare le aree del Delta dell’Okavango facilitando l’accesso ai villaggi, migliorando il transito delle comunità locali e l’accessibilità turistica.

Dal porto individuato, in Namibia, ci vogliono circa cinque ore di auto nel deserto per raggiungere il cantiere, distante 400 chilometri dalla prima città. «Un team diretto dall’ingegner Stefania Ferrante e composto da oltre 60 persone tra ingegneri e tecnici, civili e meccanici, operai, ispettori e una nutrita rappresentanza locale di assistenti operai e operatori di gru – spiega l’ingegner Pierpaolo Rossetto, direttore tecnico commerciale, da 39 anni in azienda come responsabile dei progetti.

Il ponte nasce dalla volontà di collegare le comunità dislocate sulle rive del fiume Okavango, Mohembo East e Mohembo West, e favorire così la crescita e lo sviluppo dell’intera area rurale, riducendo i tempi e le distanze di spostamento e facilitando il collegamento con il vicino confine verso la Namibia. Le comunicazioni tra le due sponde, prima della costruzione del ponte, erano infatti vincolate al funzionamento di un “rudimentale” pontone messo a disposizione dello Stato.

L’acciaio necessario, trasportato via nave, è stato poi trasbordato per camion lungo il migliaio di km di strade necessario per giungere in cantiere, difficilmente praticabili – e sconsigliate di notte – per la presenza degli animali della savana. «Personale e mezzi durante i lavori trovavano alloggio in baracche e operavano in aree protette da recinzione per evitarne il contatto con coccodrilli e ippopotami residenti nell’alveo del fiumi e nell’area di golena sommersa dai periodi di piena», spiega ancora Rossetto. Il tutto, anche qui, in piena emergenza Covid, che ha richiesto l’organizzazione di cure e trasporti per un membro del team.

Cimolai progetta e realizza da oltre 70 anni di strutture complesse in acciaio: ha attualmente un giro d’affari di 500 milioni di euro e impiega oltre 3mila lavoratori, di cui 1.500 diretti, in progetti in tutto il mondo. Tra questi spicca il telescopio più grande del pianeta, l’ELT (Extremely Large Telescope), con uno specchio primario di 39 metri di diametro, che avrà sede nel deserto dell’Atacama in Cile.