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Facecjoc, il social patriottico made in Italy che parla solo dialetto (veneto, siciliano, romanesco versione beta)

Friulano (inteso come lingua), veneto, emiliano, lombardo, romanesco versione beta e – per festeggiare il 2015 – siciliano. Il social network che parla dialetto è “figlio” di un programmatore informatico di Udine, ex Ibm, Gianluca De Bortoli, 43 anni. Che non è poi ispirato granchè al colosso di Zuckerberg: «Quando è nato il progetto, nel 2010, esistevano in diversi Paesi social nazionali come Vkontact in Russia, Iwiw in Ungheria e altri. Per iscriversi occorreva possedere un numero di cellulare che attestasse il legame: sono rimasto affascinato dal patriottismo che dimostravano, e ho pensato a creare una rete italiana per renderci, almeno virtualmente, più uniti».

</span></figure></a> Facecjoc
Facecjoc

Un social pazzerello (e autofinanziato)

Facecjoc – autofinanziato dal fondatore – è un insieme di Face (come il social più noto) e cjoc, termine che letteralmente in marilenghe friulana significa ubriaco, ma anche pazzerello, divertente. Per creare la piattaforma ci sono voluti tre mesi, «ma ogni giorno – spiega De Bortoli – viene monitorata e migliorata.

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facecjoc

Graficamente é un mix di grafica e innovazioni: in più rispetto ai classici social network ha la possibilità di condividere audio e video direttamente con un click da YouTube e da sound cloud, la possibilità di personalizzare graficamente l’intero profilo e di sapere chi ha visualizzato il proprio profilo ,ascoltare web radio online … C’è la chat è la video chat, ma non ci sono i giochini, perché a mio parere tolgono il senso di condivisione , portando la gente ad usare il Social solo per games».

Obiettivo sei milioni

In via di lavorazione c’é anche una piattaforma tutta nuova, similare nella grafica ma tecnologicamente più avanzata in via di sperimentazione: «Potrebbe essere attiva per marzo. Inoltre in via sperimentale stiamo collaudando app per ios e android che spero presto siano presenti sul market, fondi permettendo», spiega De Bortoli, che non nasconde grandi progetti: «Per il momento siamo in perdita ma andiamo avanti perché ci crediamo molto. Servono server e collaboratori per la manutenzione del sistema, traduttori, marketing e segreteria. Attualmente ho circa 5 collaboratori che lavorano per me, liberi professionisti pagati a percentuale. Quando il social italiano sarà attivo per tutta l’Italia, posso pensare ad assumere e creare nuovi posti di lavoro fissi. Sei o sette milioni di utenti iscritti comporterebbe circa l’impiego di 8/10 lavoranti per regione: un indotto che resterebbe in Italia, senza ingrassare multinazionali straniere. Un modello fondato sui servizi principalmente pubblicitari, ma anche investitori stranieri potrebbero usarlo nel nostro Paese per “farsi sentire”».

Dialetti senza regole

face2Per il momento, le forme dialettali sono volutamente tenute sgrammaticate: «Per due motivi: perché la maggior parte della gente che parla in dialetto non lo sa scrivere, e quindi, tenere un dialetto grammaticalmente corretto potrebbe essere motivo di vergogna per molti utenti. Inoltre nelle varie regioni, anche all’interno della stessa provincia, le forme dialettali cambiano espressioni. Stiamo anche creando un sistema di integrazione singola: ciò vuol dire che ogni utente può interagire in una grande community all’interno del sito stesso , aggiornando la traduzione dialettale. Così il Social diventerà davvero contributo di tutti. Abbiamo l’umbro- marchigiano il campano , il sardo, presto il pugliese, calabrese, piemontese e ligure».

Integrazione

Parte del progetto è Olga Sazonova, russa siberiana, da un decennio residente a Treviso. Cittadina italiana, é l’esempio classico della perfetta integrazione di straniero con la cultura locale e parla un buon dialetto veneto. Il social diventa così ambasciatore di una «bella Italia da visitare, da vivere, e perché no, un paese dove poter investire». Di qui l’idea: la lingua russa è stata la prima integrata su Facecjoc, e si sta lavorando anche su ungherese, romeno, ceco: «Le statistiche ci dicono che sono molti gli stranieri in Italia che vogliono fare propria la nostra cultura: è giusto dare anche a loro la possibilità di interagire con il sito, e magari imparare il dialetto della nuova regione di residenza».