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Il ritorno della Nina nella credenza e la distilleria che scommette sul ritorno all’economia della terra (e della grappa)

«Vai a prendermi la Nina dalla credenza»: frase ricorrente che risuonava una volta nelle case, la sera, pronunciata da nonne e nonni fra Feltrino e Bellunese ai nipotini. La Nina era la Grappa locale che i contadini producevano di nascosto per autoconsumo – in qualche caso anche per vendita e contrabbando – distillando i vitigni bellunesi.

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Oggi in Valbelluna il ritorno della viticoltura ha consentito la rinascita, fra l’altro, della Nina: «Un modo per non perdere queste storie e queste memorie, anzi, per avere lo strumento e l’occasione di raccontarle agli uomini di oggi: per questo ho pensato di rifarla io, la Nina», racconta Vincenzo Agostini, 54 anni, una laurea in Giurisprudenza, esperienze di lavoro in grandi aziende, una passione per la scrittura e una certa predisposizione ai colpi di fulmine.

grappa5Uno di questi l’ha raggiunto quando è entrato, da cliente, in una piccola distilleria, uscendone proprietario. «Ero alla ricerca di prodotti di qualità delle Dolomiti; ho provato un amore a prima vista, quel brivido lungo la schiena di quando ci si sente a posto con la propria coscienza, con la propria storia».

La distilleria Le Crode era nata all’inizio degli anni Novanta, quando Federico Arduini aveva acquistato un vecchio impianto per la distillazione costruito a Conegliano a inizi Novecento. Lo aveva smontato e rimontato a Vas – oggi si chiama Quero Vas, uno dei pochi esempi positivi di fusione di Comuni – in una zona dove la grappa è da sempre tradizione e anche economia, anche femminile: distillare era anche una questione di donne, e alcune di loro, rimaste vedove, solo così riuscivano a mandare avanti la famiglia.

La distilleria oggi produce come una volta, a vapore e a ciclo discontinuo, «e chi capisce di grappa sa che il ciclo discontinuo è la premessa fondamentale della qualità», spiega Agostini. Un lavoro artigiano, rigorosamente basato sui vitigni veneti: Prosecco, Cabernet, Raboso, Uva Fragola, Merlot. Con un vezzo: la grappa di malto e luppolo e le ciliegie dei colli asolani.

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Gli ordini non mancano, da tutta Italia, ma anche da Germania e Svezia.

Qui si punta a un prodotto come quello che Corrado Bosco, membro dell’Accademia delle Cucina italiana, descriveva così: «Grappa tra le migliori d’Italia, limpida e schietta come il carattere dei montanari, una volta presente in ogni casa e gelosamente custodita come panacea universale, consolatrice del freddo, delle paure e degli affanni, ma soprattutto buona, buona, buona».
Qui si gioca, anche, una scommessa «per il futuro di un territorio ricco di risorse quanto fragile di tessuto sociale ed economico. Si tratta di ricostruire un’economia dove la terra è la risorsa principale, non esportabile, non delocalizzabile».

 

Ps: all’ombra del Boreale Tomatico, alla Locanda Solagna di Quero Vas, il prossimo 11 aprile, alle 20 è in programma il ritorno ufficiale della Nina che mancava in tavola da decenni. Un disegno di Vico Calabrò fa da base alla etichetta:  trattandosi di Pura Vinaccia della Val Belluna, raffigura una fantasia della Città di Belluno.

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