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Storia di una vacca che stava per estinguersi, e di una pecora in carriera (entrambe hanno grandi progetti e creano posti di lavoro)

La leggenda racconta di una Regina di nome Burlina, che governava le terre affacciate sul Mare del Nord. Da quelle terre discesero i pastori del Popolo Cimbro portando con sé vacche bianche e nere, fino ad arrivare alla Pedemontana Veneta. La Burlina – piccola, frugale e adatta ai pascoli impervi di montagna – è stata per secoli la vacca tradizionale degli alpeggi dell’Altopiano di Asiago e del Monte Grappa. A sconvolgere questo equilibrio il periodo fascista che, attraverso i provvedimenti per l’autarchia degli anni Quaranta, obbligò all’abbattimento di tutti i tori burlini a favore di razze più produttive (come racconta in un romanzo Mario Rigoni Stern), avviando all’estinzione questa razza autoctona del Veneto. Missione – quasi – riuscita – visto che nel 1931 si contavano 15mila capi e oggi 600 (265 in provincia di Vicenza, 387 in quella di Treviso). Qualcuno però disubbidì, e alcuni esemplari si salvarono.

Riparte da loro il progetto Burbacco, che mira a conservare e incrementare la popolazione di bovini di razza Burlina; valorizzare e promuovere i prodotti realizzati con il solo latte di questa razza, garantire agli allevatori un adeguato profitto; e recuperare le antiche produzioni del territorio Veneto.

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Dal latte di Vacca Burlina, da sempre si ottengono due formaggi tradizionali: il Morlacco del Grappa e il Bastardo del Grappa, espressione della biodiversità, nel rispetto delle ricette tradizionali. Formaggi buoni, e che si legano al progetto di salvare la Vacca Burlina, come hanno raccontato due giorni fa a Crespano (Treviso) i promotori tirando le somme, a due anni e mezzo dall’avvio, del Progetto finanziato attraverso il PSR Veneto, il gruppo di lavoro costituito da A.Pro.La.V. (Associazione Provinciale Allevatori di Treviso), Università degli Studi di Padova e Centro Veneto Formaggi.

«Dobbiamo fare ancora uno sforzo per comunicare al meglio questo progetto che valorizza l’unica popolazione bovina veneta rimasta e i formaggi tipici del Grappa. Ce lo dicono – dice il direttore A.Pro.La.V. Bruno Bernardi – anche i risultati delle indagini tra i consumatori condotte: il 60% degli intervistati conosce Morlacco e Bastardo del Grappa ma solo il 16% sa dell’esistenza della vacca Burlina, eppure la quasi totalità dei consumatori (il 97%) preferirebbe mangiare formaggi ottenuti con razze autoctone a parità di prezzo e un 24% sarebbe anche disposto a pagare un po’ di più». Il Progetto Burbacco è un progetto di filiera che vuole salvaguardare la razza attraverso i formaggi tipici, Morlacco e Bastardo del Grappa mettendo a punto un sistema integrato che riesca a tracciare il prodotto dal latte del singolo bovino sino al caseificio. Il prossimo passo sarà svolgere analisi del DnA per garantire una tracciabilità anche genetica che ci garantirà anche da potenziali frodi. Grazie al supporto dell’Università è nato inoltre il primo disciplinare di produzione del Bastardo di Vacca Burlina.

</span></figure></a> Pecore nere al lanificio Bottoli
Pecore nere al lanificio Bottoli

Una filiera, dal latte al formaggio, nata per preservare la biodiversità e assicurare la salvaguardia dei pascoli montani, valorizzando – anche con la giusta remunerazione – una produzione di nicchia e il lavoro di tanti allevatori e malgari. Recupero è il filo conduttore di questa e altre iniziative, dall’azienda tessile che alleva pecore nere per favorire la rinascita del Made in Italy della lana al ritorno del baco da seta (veneto) e relative filande.

E a proposito di pecore, all’inizio di giugno è stata la volta della 1^ Rassegna della Pecora Lamon, sull’Altopiano famoso per la ventennale Fiera dell’omonimo fagiolo Ipg. La pecora di razza Lamon sembrava confinata ai libri di storia e ai racconti degli anziani, ora è al centro di un progetto di rilancio: l’Istituto Agrario Della Lucia sta lavorando per ottenere una ex-fabbrica del Feltrino dove lavorare la lana. Una prospettiva non solo per l’animale, ma anche per coloro che vogliono vivere in montagna e sull’Altopiano. Alla rassegna c’era ad esempio lo stand di Milena Palla, con capi prodotti con la lana Lamon come coprispalla, copripanca e cuscini. In zona sopravvive al monento qualche centinaio di capi.

  • Barbara Ganz |

    Certo, grazie della segnalazione

  • Roberto M. |

    Gent.ma Signora Ganz

    considerato che nell’articolo si narra di recupero di antiche razze animali, e con queste anche di parte della Storia che vi ruota attorno, Le sarei grato se volesse recuperare l’appellativo di Altipiano dei Sette Comuni a favore di una terra dal passato memorabile, di usi, costumi ed endemismi degni di maggior fortuna.

    La ringrazio

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