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Ognuno a casa sua, tutti insieme nell’orto e in lavanderia #cohousing

“Di case ce ne sono tante, molte anche vuote: abbiamo immaginato qualcosa di completamente diverso, che partisse dalle esigenze delle persone, non da un progetto sulla carta”.

Valentina Temporin, architetto, per anni ha insegnato agli studenti del master ​Iuav di Venezia i concetti di progettazione sostenibile: “Poi ho capito che volevo passare dalla teoria alla pratica. Con il mio socio, Enrico, e i colleghi del PoPlab, abbiamo ​aperto un laboratorio innovativo che unisce progetto e prototipo, ​e abbiamo messo a punto la nostra idea di cohousing”.

Un concetto di abitare molto diffuso in Europa, meno in Italia, ma le prime esperienze non mancano. Siamo a Rovigo, l’area individuata per la costruzione è vicina al centro “perché non ha senso pensare alla sostenibilità se poi serve la macchina anche solo per comprare il pane. Ci sarebbe piaciuto anche riqualificare un immobile già esistente, ma i prezzi sono troppo alti e conviene partire da zero”.

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Sono cinque le famiglie coinvolte, ma altre due sono in attesa di capire se potranno unirsi al gruppo, chiamato MiGheVivo (io ci vivo in veneto): l’idea è che ciascuna abbia la propria abitazione secondo le rispettive esigenze e abitudini – chi ha figli piccoli, chi vive con un figlio ormai grande o con la nonna, chi sogna di ingrandire la famiglia; e poi chi sta fuori tutto il giorno, chi invece vive in casa, chi ama cucinare e chi si accontenta di un angolo cottura – ma con aree pensate per essere comuni: in questo caso un orto, forse la lavanderia (ma sicuramente gli spazi per stendere anche d’inverno), una stanza per il relax e la musica (fra i cohouser c’è chi pratica lo Shiatsu e chi suona), e una più grande con cucina per le cene numerose o le feste dei bambini. Perfino gli attrezzi – il trapano, il martello – saranno in comune.

mighe3La tecnica prescelta è una costruzione in legno, con alcune parti in paglia (tecnica che si sta diffondendo anche a NordEst); in queste ultime potrebbero cimentarsi i futuri vicini di casa in una esperienza autocostruzione che unisce e rende i legami più saldi.

Il gruppo – che all’inizio è stato seguito da uno psicologo, per accertarsi che si creassero le giuste dinamiche – ora è compatto, si frequenta e condivide i prossimi passi: “Non occorre essere necessariamente amici – chiarisce Valentina – solo avere le stesse idee di base, e sapere che con questa formula si potranno avere molti vantaggi: usare la macchina a turno se si va nella stessa direzione, ricevere le consegne del gruppo di acquisto, e sono solo degli esempi”.

Se tutto andrà bene, il cohousing, almeno al grezzo, sarà completo per la fine dell’anno. Il PoPlab ha ricevuto i fondi del bando regionale per i Fablab, ed è incubato da T2I, (società consortile dedicata all’innovazione, fondata da Camera di Commercio di Treviso e la Camera di Commercio di Venezia Rovigo e Delta Lagunare).

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Quanto costa una casa così concepita? “Non è social housing – chiarisce Valentina – I costi sono quelli normali, casomai si risparmia tempo unendo le forze quando serve. La chiave del progetto è lo stare bene: perché neanche la villa più lussuosa garantisce di soddisfare i bisogni di chi la abita”. E il valore nel tempo di una abitazione così particolare? “I casi europei, ma anche quello milanese, dove si è creata una lista di attesa per aspiranti acquirenti, dimostrano che le quotazioni sono destinate a salire”, spiega Valentina: c’è da crederle, visto che una delle cinque abitazioni sarà la sua.

Il cohousing di Rovigo si candida a modello per essere replicato altrove: nelle intenzioni dei proprietari c’è l’apertura alla cittadinanza, per fare seguire e informare sui diversi aspetti di chi vive questa esperienza.

Intanto, a Treviso, un altro progetto di cohousing punta a riconvertire l’ex casa di riposo Umberto I di Borgo Mazzini in 45 alloggi indipendenti per un’ottantina di anziani, serviti da servizi comuni (“smart cohousing”): un nuovo modello di assistenza al quale la Regione Veneto guarda con interesse. Il bisogno emergente in questo caso è della cosiddetta ‘fascia grigia’ della terza età, cioè dei 75-85enni ancora autosufficienti, ma spesso soli, fragili, privi di un contesto familiare che li protegga e garantisca loro le vitali relazioni sociali. L’idea è di riconvertire l’ex struttura religiosa, in pieno centro cittadino, in mini-alloggi dotati di tutti i confort della domotica e inseriti in un contesto di servizi e attività aperte all’intera città, per valorizzare la presenza attiva degli anziani e prevenire o rinviare nel tempo il loro ricovero in istituto.