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8 agosto, giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Le 12 vittime del Nordest a Marcinelle (e in Italia 19 a settimana)

Dino Dalla Vecchia di Sedico, Giuseppe Polese di Cimadolmo, Mario Piccin di Codognè, Guerrino Casanova di Montebelluna, Giuseppe Corso di Montorio Veronese: sono i nomi degli emigrati veneti che, insieme ad altri 257 colleghi, dei quali 131 italiani come loro, persero la vita nella tragedia della miniera di Bois di Cazier, in Belgio. Accadde l’8 agosto di 60 anni fa – qui la ricostruzione del Mim, Museo italiano delle migrazioni, sede a Belluno – e fu una delle più grandi tragedie sul lavoro della storia con 262 minatori morti. Sabato 6 agosto alle ore 17, proprio a Bois du Cazieres, è stata posta una targa commemorativa della Regione Veneto.

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“La storia di Marcinelle e dei suoi martiri – ha detto il presidente della Regione Luca Zaia – è un grande insegnamento anche per le giovani generazioni, cresciute per fortuna in un ben diverso contesto economico e sociale: Montebelluna, Codognè, Cimadolmo, Sedico, Montorio, sono oggi conosciuti centri del Nordest anche grazie a Dino, Giuseppe, Mario, Guerrino, Giuseppe, al loro lavoro, al loro sacrificio, al loro esempio”.

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In Friuli il luogo del ricordo prescelto è stato Azzano Decimo: persero la vita sette minatori provenienti dal Friuli Venezia Giulia. Alla cerimonia commemorativa c’erano anche i familiari di Ferruccio Pegorer, una delle vittime della sciagura e originaria di questo paese. La presidente Serracchiani ha ricordato quanti, in un’Italia lacerata dalla guerra, lasciarono il Paese per cercare nuove opportunità di vita all’estero. “Molti – ha detto Serracchiani – andarono in Belgio, attratti da un sogno promesso, quando poi la realtà si mostrò invece ben diversa”. Ma quanto accadde a Marcinelle gettò le basi per la creazione di un diffuso sentimento europeista. “In molti ritengono – ha detto Serracchiani – che quella tragedia contribuì alla formazione della coscienza europea più di quanto riuscirono a fare tanti trattati firmati in quegli anni. La scossa fu forte ed è innegabile che il mondo dell’emigrazione rese possibile nei decenni l’incontro fra persone, culture, professionalità e nazioni. A loro modo, anche i nostri corregionali in Belgio furono tra i primi esploratori della nuova Europa; quella che, in seguito, si è ritrovata a condividere un comune progetto d’integrazione, cui oggi noi tutti apparteniamo”. Richiamando poi la forza con cui i nostri corregionali superarono confini e pregiudizi ritenuti allora quasi invalicabili, Serracchiani ha sottolineato come “quel coraggio ci serve ora, perché è una componente fondamentale di questo progetto, di questa realtà chiamata Europa”.

Dal canto suo il presidente della Confederazione dei maestri del lavoro Mario Caporale ha rimarcato che la tragedia accaduta nell’agosto del 1956 è rimasta impressa a livello nazionale, facendo diventare l’8 agosto la giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Inoltre ha ricordato come, nei primi cinque mesi del 2016, siano ancora troppe le “morti bianche”, senza contare quanti hanno perso la vita recandosi al proprio posto di lavoro.

E oggi?

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Le morti bianche sono una tragedia quotidiana. Da gennaio a giugno sono 461 le persone che hanno perso la vita sul lavoro in Italia: 341 gli infortuni mortali rilevati in occasione di lavoro e 120 quelli in itinere. Un numero drammatico che si traduce in una tragica media di 77 vittime al mese, ossia 19 alla settimana. Lo dice la più recente indagine condotta dagli esperti dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering di Mestre sulla base di dati Inail. L’unico dato positivo è il decremento della mortalità in occasione di lavoro, rispetto ai primi sei mesi del 2015 pari al 5,5 per cento.
Altro dato significativo è quello dell’Emilia Romagna che, con 44 infortuni mortali rilevati in occasione di lavoro nei primi sei mesi del 2016, si mantiene in prima posizione, superando il Veneto che si localizza al secondo posto (35 vittime). Al terzo posto scende invece la Lombardia che registra 33 infortuni mortali.

Per quanto riguarda l’incidenza della mortalità rispetto alla popolazione lavorativa per macro aree, continua ad essere il Sud a registrare il dato peggiore con un indice di 22,1% (per milione di occupati) contro una media nazionale di 15,2%. L’indice, sebbene si abbassi nelle altre macroaree, non scende sotto la percentuale del 9,4% registrata al Nord-Ovest.

Il settore economico che registra il maggior numero di vittime (42 pari al 12,3% del totale dei casi di morte in occasione di lavoro) è rappresentato dalle Attività manifatturiere. Si posizionano al secondo posto le Costruzioni con 41 decessi (pari al 12 % del totale). Gli stranieri deceduti sul lavoro nel primo semestre 2016 sono 47 (il 13,8 per cento del totale) e le donne 23. La fascia d’età più colpita – che costituisce il 34,9 per cento di tutte le morti rilevate in occasione di lavoro – è sempre quella compresa tra i 45 e i 54 anni. Ma l’incidenza più elevata della mortalità rispetto alla popolazione lavorativa coinvolge come sempre gli ultra sessantacinquenni.