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Agile e veloce: tre persone per l’Unità anti crisi aziendali del Veneto – Dal 2012 sono 197 quelle affrontate

Una struttura snella – tre persone – e flessibile, in grado di intercettare velocemente le situazioni di difficoltà e di fare da collegamento fra uffici regionali e nazionali a vario titolo competenti.

La Regione Veneto, tramite l’agenzia Veneto Lavoro, nel 2012 ha reso operativa l’Unità di Crisi aziendali, settoriali e territoriali, nata «quando è stato chiaro a tutti che la crisi del 2008 non sarebbe passata come era venuta, e che limitarsi a congelare i posti di lavoro in pericolo con gli ammortizzatori sociali non serviva, se nel lungo periodo quei posti non erano nemmeno più sostenibili», spiega Mattia Losego, responsabile dell’Unità. Dal 2012 al 2018 sono state gestite – direttamente o partecipando a tavoli locali, regionali o nazionali – 197 crisi, di cui 45 in collaborazione con il ministero dello Sviluppo economico: 60 nel 2018, di cui 35 mai affrontate negli anni precedenti. «Abbiamo seguito aziende grandi e piccole, multinazionali e locali, di ogni settore, in situazioni diverse; in una sola regione una casistica a 360 gradi», spiega Losego. Ecco perché il modello dell’Unità veneta viene analizzato per un confronto anche in altre parti d’Italia.

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Electrolux, Melegatti, Pilkington, Ferroli, Ideal Standard; ciascuna un caso a sé. «Per Electrolux il problema principale era il costo del lavoro, una delle risposte possibili era l’innovazione di processo e di prodotto – ricorda Losego -. Nel maggio 2014 c’è stato l’accordo fra le regioni e il Governo con l’impegno a sostenere gli investimenti previsti nel piano industriale 2014-2017, nell’ottobre 2015 è stato firmato l’accordo di programma. Nell’unità produttiva veneta, quella di Susegana, il progetto ha comportato un investimento di circa 2 milioni, con agevolazioni pubbliche per 1,4 milioni e un cofinanziamento regionale pari al 10% del costo complessivo a carico della finanza pubblica».

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Nel recente caso Melegatti, la Regione si è mossa con la curatela fallimentare e i sindacati per sostenere l’esercizio provvisorio: «La priorità era mantenere in vita il lievito madre, e tenere i lavoratori legati all’impresa: spesso non disperdere le competenze è la chiave per rendere possibile un futuro, magari con una nuova proprietà», esattamente come è accaduto per l’impresa veronese del pandoro.

Altro lieto fine per Ferroli, storica azienda del settore termomeccanico di San Bonifacio: «Il sito di Alano di Piave, nel Bellunese, è stato chiuso, ma il ricollocamento dei 134 esuberi è stato quasi totale. A Verona, invece, dalla dismissione della fonderia è nata, con il supporto di Legacoop e CFI (Mise), una cooperativa fra i lavoratori, consapevoli della loro grande esperienza e del mercato ancora esistente per il prodotto». Il 25 luglio 2017 è stata costituita la Cooperativa Fonderia Dante (nel nome il ricordo del fondatore), con 63 soci fondatori: uno dei casi veneti di workers buy out, uno fra i più rilevanti numericamente a livello nazionale.Oggi le aziende salvate dai propri dipendenti hanno in regione un tasso di sopravvivenza del 100%.

La nuova Ferroli continua invece la propria attività di risanamento con il monitoraggio del Mise e delle regioni. Singolare anche il caso Ideal Standard, che ha mantenuto a Trichiana, Belluno, l’ultimo sito in Italia per la produzione di sanitari: nel maggio 2018 è stato inaugurato il nuovo forno con un investimento di circa 10 milioni al quale hanno contribuito in parte gli stessi 540 lavoratori rinunciando a parte dello stipendio dopo un accordo sindacale valevole fino al maggio del 2020. Fra le pratiche sul tavolo dell’Unità ci sono le crisi in corso: fra queste quella di Stefanel, per cui si è già tenuto un primo incontro e altri ne seguiranno.

Le aree di crisi

L’unità veneta ha lavorato anche sull’area di crisi complessa di Venezia: “Un iter iniziato nel dicembre 2016, e concluso con la firma il 23 ottobre 2018. Nel febbraio 2018 è stato pubblicato l’avviso per le manifestazioni di interesse da parte delle aziende – non vincolante – che ci ha permesso di accertare l’attrattività  di Porto Marghera (l’area include l’intero comune: anche l’isola di Murano, ndr) per gli investitori industriali”. In questo caso vengono mobilitate sia risorse nazionali che regionali: “Il Mise sostiene iniziative imprenditoriali in grado di contribuire al recupero e consolidamento di attività industriali esistenti e creare nuove opportunità di sviluppo. Un impegno finanziario da 20 milioni, per agevolare investimenti produttivi di dimensione superiore a 1,5 milioni di euro. La Regione mette sul piatto 6,7 milioni, e una premialità – per piccole e medie imprese del manifatturiero e dei servizi alle imprese che partecipano a bandi a valere sui fondi Por Fesr 2014-2020”.

Mise e Regione valuteranno anche un sostegno a progettualità di rilevante dimensione (sopra i 20 milioni) e con “significativi impatti occupazionali”: una tipologia che rimanda a quello che è uno dei casi simbolo di crisi (risolta) a Porto Marghera, con il riavvio di Pilkington gestito da un contratto di sviluppo: 30 milioni l’investimento aziendale di cui 14 milioni e 60 assunzioni nell’area industriale veneziana.

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E poi ci sono le aree di crisi non complessa: due quelle identificate, la prima nel Padovano (Sistemi Locali del Lavoro di Monselice e Montagnana) e la seconda nel Veneto Orientale (Sistemi Locali del Lavoro di San Donà di Piave e parte di Portogruaro). Gli esiti della selezione di iniziative imprenditoriali in queste zone sono ancora in fase di valutazione da parte di Invitalia, ma sono già emersi programmi di investimento del valore di circa 22,6 milioni.

Quando le multinazionali se ne vanno

Tra i temi su cui si sta lavorando ci sono il fenomeno del caporalato in agricoltura e la gestione delle crisi nel comparto della logistica. Le aziende seguite in questi anni raccontano storie di successi e di insuccessi: «Trattenere una multinazionale che vuole andarsene è come cercare di fermare l’acqua con le mani», spiegano all’Unità.

È successo nei primi anni della crisi con la Ditec di Quarto d’Altino, specializzata in porte e cancelli automatici, proprietà svedese, e recentemente con Exo, che ha spostato in Bosnia da Maserà, Padova, la produzione degli zoccoli Crocs (56 licenziamenti). Se fermare certe scelte è impossibile, è invece necessario pensare alla reindustrializzazione dei siti lasciati vuoti: «Attualmente, a carico di chi se ne va, non c’è alcun dovere riferibile alla reindustrializzazione dell’area, e sono limitate le possibili agevolazionie per facilitare il subentro di nuovi investitori.

C’è chi chiude e poi chiede un cambio di destinazione d’uso, e chi mette mille vincoli a chi verrà, che non deve essere un concorrente e magari neppure appartenere allo stesso settore. In realtà oggi non esiste nemmeno una definizione condivisa di reindustrializzazione, e questa è una questione che va affrontata a livello nazionale».
Anche perché i salvataggi aziendali compiuti da realtà messe in grado di investire sono stati anch’essi un modello: è stato il caso di Pedavena, la birreria che Heineken aveva deciso di chiudere, rilevata dal birrificio Castello di Udine: era il gennaio 2006. Da manuale, poi, la reindustrializzazione della Indesit di Refrontolo, Treviso: un gioco di squadra fra azienda e sindacati che ha portato nel 2013 al subentro di un’impresa di costruzioni metalliche del posto.

crocs«La tutela del nostro tessuto produttivo e dei connessi livelli occupazionali rappresenta da sempre una delle priorità – spiega l’assessore regionle al lavoro Elena Donazzan -. Negli anni, grazie alla collaborazione con i Ministeri competenti – Sviluppo economico e Lavoro – e il confronto costante con le parti datoriali e sindacali venete, abbiamo affinato la nostra capacità di intervento nella gestione delle situazioni di crisi attraverso l’attivazione di processi di risanamento o reindustrializzazione».