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Non c’è un’area al mondo con una simile concentrazione di imprese italiane: l’Est Europa #AziendeConLaValigia

Non c’è un’area al mondo con una concentrazione paragonabile di imprese italiane: l’Est Europa. Oltre 95 milioni di abitanti, un Pil di oltre mille miliardi di euro, un tasso di crescita superiore al 3% negli ultimi tre anni. Dai Balcani all’Ucraina, per le piccole e medie imprese venete e italiane una piattaforma strategica forte anche di opportunità di cofinanziamento dell’Unione europea, piani di ammodernamento infrastrutturale e privatizzazioni, disponibilità di risorse agricole e minerarie, vicinanza geografica.

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«In tre ore e mezzo da qui si può partire, arrivare in fabbrica per l’ora di pranzo, e volendo la sera, molto stanchi, tornare a casa», spiega Igor Pahor, imprenditore da 35 anni e presidente Confindustria Bosnia ed Erzegovina, uno dei nove Paesi che, a Padova, ha incontrato gli imprenditori di Assindustria VenetoCentro. Con lui Gerta Bilali (Confindustria Albania), Adriano Pea (Confindustria Bielorussia), Maria Luisa Meroni (Confindustria Bulgaria), Marco Marconi (Confindustria Macedonia), Erich Cossutta (Confindustria Montenegro), Alessandro Romei (Confindustria Romania), Antonio Schiro (Confindustria Serbia), Marco Toson (Confindustria Ucraina), presente anche Yavhen Perelygin, ambasciatore ucraino a Roma.

In Albania esiste una protezione speciale per gli investimenti stranieri (non possono essere espropriati o nazionalizzati direttamente o indirettamente) e il sistema produttivo è composto in maggioranza di Pmi; non ci sono restrizioni alla registrazione di imprese, che possono essere al 100% di capitale straniero. In termini di investimenti diretti esteri, l’Italia è tra i dieci maggiori investitori in Ucraina; in Bulgaria sono oltre 9mila le aziende a partecipazione italiana (quarta presenza). Paesi differenti ma che condividono crescita, percorso di avvicinamento all’Europa e accordi commerciali, investimenti in formazione e università. Punti di forza che possono ulteriormente allargare la platea di oltre 20mila imprese italiane già presenti nell’area fino alla Russia, con le rappresentanze internazionali di Confindustria nel ruolo di moltiplicatore di opportunità di crescita, cooperazione industriale e commerciale, partnership attraverso relazioni bilaterali, economiche e culturali in ogni singolo Paese.

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«I Paesi dell’Est hanno rappresentato un obiettivo per le imprese italiane fin dalla caduta del muro di Berlino – dice Luca Serena, presidente Confindustria Est Europa -. Per il Nord Est è stato un processo di internazionalizzazione quasi spontaneo, tanto che quasi ovunque siamo ai primi posti per interscambio commerciale e investimenti diretti. Molti di questi Paesi nel frattempo sono divenuti parte integrante della Ue, ma soprattutto sono aree che da anni crescono a ritmi spesso più che doppi rispetto all’Italia e alla media europea».

L’evoluzione della delocalizzazione, in sostanza, «è una internazionalizzazione vera, matura. Guardiamo alla Romania: è stata agli inizi la meta delle grandi imprese tessili e dell’abbigliamento, seguite dai concorrenti ma anche dai fornitori, quasi come nel modello dei nostri distretti. Ora è un mercato che cresce per disponibilità di reddito e apprezza il made in Italy, e la crescita delle imprese italiane prosegue». Molte hanno seguito un modello che le ha viste insediarsi in un Paese dell’Est e, di qui, trovare naturale continuare a espandersi: è il caso di Sol (produzione di gas tecnici), base a Monza e uno stabilimento a Padova, che oggi ha siti in sei Paesi balcanici. In Romania Maschio Gaspardo è presente dal 2003 nella contea di Arad: oggi produce qui 3.500 macchine agricole all’anno, anche di grandi dimensioni, conta 420 addetti e ha superato i 53 milioni di fatturato: in programma c’è già un ampliamento. «Per l’Italia che ha fondato la sua crescita sull’export queste sono opportunità imperdibili, e come è stato dimostrato non impoveriscono la casa madre, anzi. Smettiamo di chiederci perché le aziende italiane vanno all’estero e domandiamoci piuttosto perché il nostro Paese non è altrettanto attrattivo», conclude Serena.

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