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Automazione ed efficienza: ecco le mascherine made in Friuli (e 50 centesimi bastano)

Oggi, 19 maggio è il giorno in cui la prima mascherina uscirà dal nuovo macchinario, nello spazio dedicato – sterile, sanificato – che è stato creato in azienda; l’obiettivo è arrivare a 3 milioni di pezzi al mese, in futuro anche di più. Siamo alla Chiros di Fossalta di Portogruaro, specializzata in produzione di capi spalla in pelle per le migliori griffe della moda.

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«Abbiamo accolto le sollecitazioni di Governo e anche della Regione per una riconversione produttiva che potesse dare una risposta alla scarsità di dispositivi di protezione nella sanità», spiega il titolare Ciro Astarita.

Con il supporto di Confindustria Alto Adriatico è stato seguito l’intero iter autorizzativo per arrivare alla certificazione; l’associazione, anche con il contributo di un’altra azienda associata (la Savio Macchine tessili di Pordenone che ha una sede a Jining, nello Shandong), ha anche collaborato nel disbrigo delle pratiche necessarie per importare dalla Cina il macchinario necessario per la produzione, che è arrivato in volo fino a Milano Malpensa per abbreviare i tempi che sarebbero stati necesari con un viaggio in nave: «Qualche settimana fa non c’era sul mercato italiano nulla di simile – spiega Astarita – Ora anche le aziende italiane si sono messe in produzione di macchinari per mascherine, e siamo in trattativa con la Ima Group di Bologna per acquistare un ulteriore macchinario, ma non sarà disponibile fino al prossimo agosto». In questo caso la produzione potrebbe raggiungere i 7, 8 milioni di pezzi al mese, potenzialmente arrivando anche a toccare quota 12.

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Si tratta di mascherine chirurgiche di tipo 2, certificate per uso medico: la Chiros entra così nel novero delle imprese italiane chiamate a garantire l’autosufficienza nel campo dei dispositivi di protezione individuale. Mascherine che si useranno in ospedali e ambulatori, nelle aziende e, in distribuzione, anche in farmacie ed edicole. Al costo indicato dal commissario straordinario Domenico Arcuri, e che tante polemiche ha provocato: 50 centesimi alla vendita. «Un costo raggiungibile grazie all’automazione spinta del processo e agli investimenti iniziali», garantisce Astarita, che ha speso 400mila euro fin qui per garantirsi la macchina migliore.

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E ha anche assunto: «Abbiamo scelto di chiamare dei giovani periti meccanici che avessero le necessarie competenze, quelli che escono dall’Istituto Kennedy di Pordenone. «Ora la vera sfida è avere a disposizione il materiale tecnico. Ne abbiamo stoccato un quantitativo ingente, certificato e valutato favorevolmente dall’Istituto Superiore della Sanità, acquistandolo dalla Ahlstrom di Torino. Il nostro obiettivo è costruire una filiera totalmente italiana, dal materiale alla produzione. Teniamo presente che questo genere di filiera in Italia praticamente non esisteva, viene costruita ora partendo da zero e questo non senza difficoltà».

Così la produzione è economicamente sostenibile: «Abbiamo incoraggiato aziende come Chiros alla riconversione, dando un supporto per le procedure necessarie – spiega il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti – Macchinari moderni e alta automazione rendono possibili questo genere di operazioni, necessarie per accompagnare l’Italia fuori dall’emergenza».

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