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L’azienda svedese che chiuse Venezia per delocalizzare è stata acquisita (da una italiana)

Ieri, 29 maggio, sulle agenzie è uscita questa notizia:

Faac, multinazionale bolognese dei cancelli automatici lasciata in eredità alla Curia dall’imprenditore Michelangelo Manini, morto nel 2012, acquisisce dal gruppo globale svedese Assa Abloy parte del suo business europeo delle porte automatiche e a scorrimento veloce.
Un’acquisizione, annuncia Faac, da 100 milioni di euro per 93 milioni di fatturato e 600 dipendenti.

In Veneto la notizia ha un’eco particolare.

Era il 2012: la veneziana Ditec, una sede a Quarto d’Altino, produttrice di porte automatiche controllata della multinazionale svedese Assa Abloy, un bilancio sano e zero cassa integrazione, viene messa in vendita. La lettera indirizzata ai dipendenti ha la data del dicembre 2011: la firma è dell’amministratore delegato Marco Zini, che annuncia 90 esuberi a seguito della decisione del gruppo svedese di delocalizzare la produzione nella Repubblica Ceca e in Cina.

Una vertenza che ha lasciato un segno, negativo, proprio mentre si metteva a punto il modello veneto di gestione delle crisi aziendali che ha portato ad altri successi e alla nascità di una Unità dedicata ai processi di reindustrializzazione.

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All’epoca per salvare Ditec era stato tentato di tutto: due sindache, quella di Quarto d’Altino e della vicina Roncade (comune trevigiano dove risiedevano numerosi lavoratori), Silvia Conte e Simonetta Rubinato, erano anche volate in Svezia per tentare di convincere la multinazionale svedese a rivedere la propria decisione: le due prime cittadine avevano partecipato, al Moderna Museet di Stoccolma, all’assemblea annuale degli azionisti di Assa Abloy, con diritto di parola avendo acquistato un’azione ciascuna del valore di 20 euro.

«Siamo consapevoli che si tratta di una battaglia contro un gigante – avevano spiegato – ma riteniamo sia importante verificare ogni strada possibile per evitare la perdita di una realtà produttiva importante e per salvaguardare il know how acquisito in oltre 30 anni di attività».

L’intero Consiglio regionale aveva alzato le barricate, minacciando un boicottaggio dei prodotti svedesi.

Forse per la prima volta la questione aveva conquistato un rilievo europeo, con la Commissione europea sollecitata a verificare che «fondi strutturali non fossero stati utilizzati per sovvenzionare la delocalizzazione delle imprese». Alla fine manifestazioni di interesse giunte per il sito – e le condizioni che di fatto l’ingresso di possibili concorrenti e rendevano poco realistica una vera reindustrializzazione – si erano rivelate troppo deboli per rappresentare una svolta.

Un caso anomalo, quello di Ditec, attiva nella produzione di porte flessibili industriali, cancelli automatizzati e serramenti, alla quale – come rimarcato dall’assessore regionale al Lavoro di allora – «le commesse non mancano, e che non ha utilizzato nemmeno un’ora di cassa integrazione».

Donazzan è ancora assessore, e oggi commenta: «L’aspetto positivo è l’acquisizione messa a segno da una grande azienda italiana, questo non può che far piacere. Nel nostro caso resta il rammarico di avere assistito alla chiusura di un sito dalle grandi potenzialità in una regione dal grande carattere manifatturiero».