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Le pecore (nere) del lanificio trevigiano incontrano il design giapponese

Sui capi del designer giapponese Junya Watanabe compare l’etichetta del lanificio Bottoli di Vittorio Veneto: una collaborazione nuova per una collezione in edizione limitata, nata da una visita dello stilista nell’azienda fondata nel 1861 in un’area del Trevigiano dove il tessile era la prima manifattura, ma oggi è rimasta la sola.

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«Ci hanno raccontato che Watanabe ha visto un campione dei nostri tessuti, e ha voluto sapere chi avesse messo a punto quella combinazione di colore – dice il Ceo dell’azienda Roberto Bottoli – Abbiamo pensato che avrebbe mandato a conoscerci qualcuno del suo team, invece è venuto di persona. Di solito gli stilisti nascondono l’etichetta del fornitore per mettere la propria, lui l’ha messa in primo piano». Magliette e pullover firmati Watanabe per Comme Des Garcons Man presentano inserti in Donegal, un tipo di Tweed di origine irlandese.

Non è la prima volta di un co-branding per Junya Watanabe, che in passato ha scelto multinazionali come Nike, Converse, Levi’s: è però la prima volta che decide di valorizzare un suo fornitore, anche se si tratta di una realtà di nicchia che conta oggi 40 addetti, in modo così evidente per il made in Italy.

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Il lanificio Bottoli si trova in un’area storica già scuola militare della Serenissima di Venezia: nell’antico brolo ormai da anni pascolano alcune pecore (nere), protagoniste di un progetto di recupero e valorizzazione della lana italiana voluto dallo stesso Bottoli, che in viaggio fra Abruzzo, Marche, Puglia e Molise aveva selezionato i migliori esemplari rimasti di pecore merine nazionali (la Sopravissana e la Gentile di Puglia).

Una pecora – spiegava Bottoli in questo post sul made in Italy delle giacche rilanciato da un gregge de pecore nere – rende circa tre chili di lana, dopo pulizia e trattamento ne resta un chilo di buona qualità. Per una giacca  maschile servono circa due metri di tessuto, pari a 650 grammi, vale a dire che il rapporto è una pecora/una giacca e mezza.

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Da queste lane ecologiche è nata lo scorso luglio un’altra collezione a tiratura limitata, quella di 550 coperte al naturale firmate Etro, che dopo averle viste pascolare intorno al lanificio ha deciso di non tingere il prodotto finale lasciando le sfumature originali. E a fine lockdown il lanificio trevigiano è stato raccontato da Der Spiegel: «Un ottimo integratore per lo spirito e un premio per piccole realtà come la nostra che fanno della sostenibilità, con una produzione interamente verticale, e dell’autenticità i suoi punti di forza».

Scomparse o dismesse le altre produzioni tessili in un territorio che vanta una delle più antiche tradizioni tessili in Europa, il lanificio ha dovuto fare da solo: sono 52 le operazioni svolte interamente in casa sulle balle di lana tosata che arrivano, oltre che dall’Italia, da Australia, Sud America, Nuova Zelanda. Specialista nelle tipologie fantasia, due volte all’anno il Lanificio Bottoli presenta le nuove collezioni con una proposta di oltre 2.500 varianti di tessuto, risultato di una costante ricerca di stile. Tessuti che vengono esportati in più di 15 Paesi con una rete di 12 agenti.