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L’autonomia economica della donna è una base per uscire dalla violenza

Oggi, 8 marzo, leggeremo molti interventi sulla violenza, il gap salariale, la mancata rappresentanza delle donne. Questo arriva dagli psicologi del Veneto, e spiega come non avere un reddito proprio sia un fattore di rischio. Ne parla Fortunata Pizzoferro, vicepresidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della regione.

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Nella Giornata Internazionale dei Diritti della Donna non possiamo ignorare i dati Istat che a dicembre 2020 hanno registrato 101 mila posti di lavoro persi a causa della pandemia: di questi 99mila erano occupati da donne. Un divario di genere che lascia sempre più donne vulnerabili dal punto di vista economico ma anche emotivo, un po’ come perdere il biglietto per la propria autostima e libertà.

In quale modo la dipendenza economica si lega alla violenza in famiglia?

«Non avere un reddito proprio è uno dei fattori che può contribuire al sorgere e al persistere di una situazione di violenza – commenta Fortunata Pizzoferro, -. Per violenza non dobbiamo pensare solo alle forme più evidenti di percosse: esiste anche una forma subdola ma diffusa di violenza fatta di parole, insulti, un continuo svilire quotidiano che minano l’autostima e il senso di autoefficacia».

“Sudditanza” economica corrisponde alla “sudditanza” emotiva e psicologica.

«Non poter gestire in autonomia le proprie finanze mette la donna in una condizione di dipendenza economica ma anche emotiva e psicologica: ci sono donne che lavorano ma lasciano la gestione del conto al marito “che è più capace”, oppure donne che lavorano a tempo pieno “in casa” come madri e casalinghe e mi raccontano di dover “fare la cresta sulla spesa” per poter andare dal parrucchiere, vissuto come vizio che non dovrebbero concedersi dato che non hanno uno stipendio».

La dipendenza economica favorisce il controllo e l’isolamento sulle vittime di violenza.

«Chiedere i soldi per andare in palestra, per prendere un caffè con le amiche, per frequentare un corso di ballo, ovviamente lascerà a qualcun altro il potere di decidere e di darmi la possibilità di frequentare o meno altre persone. Spesso le vittime di violenza sono progressivamente isolate dal loro “carnefice” e vivono una condizione di impotenza: a chi chiedere aiuto se non ho amici e non vedo più da tempo i parenti? E quanto aiuto posso effettivamente ricevere se non ho una casa, un lavoro, un reddito mio? E a chi affideranno i figli se non posso mantenerli? Così le vittime sono costrette a rimanere nella situazione di violenza».

La parità fra i generi passa anche attraverso l’autonomia economica.

«Le donne devono sentirsi capaci di gestire le proprie finanze, o capaci di imparare a farlo; spesso sono anche “vittime” di stereotipi che vengono trasmessi da secoli e che fanno propri: ovvero essere meno portate per le materie economiche, meno interessate al denaro e più alla relazione. Per questo trovo molto utili alcuni progetti di formazione avviati da comuni che mirano a trasmettere queste competenze».

La battaglia culturale sul linguaggio dell’Ordine delle Psicologhe e Psicologi del Veneto.

«Come Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto portiamo avanti una battaglia anche culturale sul linguaggio: nominare entrambi i generi serve a ricordare sempre che le donne sono presenti nelle professioni. Abbiamo apportato anche una modifica al nostro Regolamento per incentivare la presenza di relatori di entrambi i generi agli eventi. Come Istituzione cerchiamo di contribuire ad una diversa presenza femminile nella società. E soprattutto sappiamo che le 10mila psicologhe e psicologi del Veneto fanno la loro parte nei diversi Servizi, nei Centri Antiviolenza, nei Consultori Familiari, ma anche negli Studi Professionali per sostenere e accompagnare le donne ad uscire da situazioni di violenza come da costrizioni psicologiche che ne limitano il potenziale».