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Vicenza, come va nella fabbrica che ha anticipato la riforma dei contratti a termine (tre mesi dopo)

L’accordo è stato firmato all’inizio di gennaio 2014, alla Faeda Spa di Montorso vicentino, lavorazione delle pelli, 300 addetti. Nel testo, alcune premesse: un mercato in cui opera l’azienda estremamente concorrenziale, una gran parte del prodotto che risente di fluttuazione di mercato con picchi di produzione in periodi limitati dell’anno, una profonda riorganizzazione in atto. E la constatazione che «il contratto a tempo determinato rappresenta un elemento fondamentale di flessibilità che mira al consolidamento dell’occupazione». Ne è scaturita una lettura innovativa dei contratti a termine. Visto oggi, un laboratorio della riforma del lavoro di cui si discute, fra rischio precarietà e necessità di aprire le porte ai giovani.
Dunque, come sta andando a Vicenza?

All’epoca era mancata la firma della Cgil. Che, poi, è arrivata.

I CONTENUTI – L’accordo aziendale ha introdotto la possibilità di stipulare per uno stesso soggetto, anche se precedentemente impiegato in rapporti a termine o di somministrazione (interinali), più contratti a termine acausali fino a 36 mesi complessivi. Per i lavoratori con attività già svolta in azienda, i 36 mesi diventano allungabili di ulteriori 12 (dunque quattro anni).
Il personale che raggiungerà una anzianità aziendale di 36 mesi (o 48 nel caso appena citato) derivante dalla sommatoria dei contratti a tempo determinato e in somministrazione sarà confermato a tempo indeterminato. Indipendentemente da questo, in caso di crescita del fatturato e miglioramento delle condizioni economiche aziendali, Faeda si è impegnata entro 24 mesi dalla firma a 16 assunzioni a tempo indeterminato fra contrattisti a termine e interinali, e per accrescere l’occupazione giovanile si è deciso il ricorso all’apprendistato professionalizzante. Nel periodo di validità dell’intesa (triennale), il limite è del 25% come percentuale massima di forme di lavoro atipico in azienda.

LA NOVITA’ – Faeda – spiega il consulente del lavoro che ha seguito le parti, Riccardo Tolio – ha usato la facoltà prevista dal decreto legge 76/2013 e dalla circolare 35 del ministero del Lavoro (convertita in legge 99 del 9 agosto 2013): la contrattazione, anche aziendale, può prevedere "ogni altra ipotesi" nella stipula di contratti a termine: dunque anche "acasuali", e di durata maggiore di 12 mesi, anche senza soluzione di continuità.

Oggi si discute del numero di proroghe contratti a tempo (la cifra iniziale era otto, adesso si parla di sei) e del rischio di una precarietà infinita.

Tolio difende la riforma in discussione, «destinata a migliorare la situazione di molti interinali. Molte aziende hanno il timore di assumere a tempo indeterminato perché non si può con certezza sapere, all’inizio di un rapporto di lavoro, se ci sarà sufficiente lavoro per molto tempo. Tre anni possono creare le condizioni affinché il rapporto si stabilizzi a tempo indeterminato senza il rischio per le aziende di subire, nel frattempo, ricorsi o cause di lavoro dovute al fatto che finora il ricorso al contratto a tempo determinato o somministrato (per i contratti successivi al primo che poteva essere acausale) era vincolato a ragioni di carattere tecnico, produttivo e organizzativo».

Molte critiche hanno posto l’accento sul lavoro interinale, che ne risulterebbe spiazzato: secondo questa tesi è meglio avere continuità almeno con l’agenzia, se non con il datore di lavoro.

Tolio risponde con i numeri: «Le aziende fanno ricorso al lavoro somministrato perché dovrebbe garantire maggiore flessibilità, e le agenzie dovrebbero avere un ruolo di ricerca dei profili giusti. In realtà spesso sono le aziende ad avere già selezionato, grazie ai curriculum che continuano a ricevere e ai successivi colloqui di lavoro, i lavoratori con le professionalità richieste per poi utilizzarli con il tramite delle agenzie. E poi c’è il fattore costi. Da un’analisi che ho svolto per alcune aziende industriali, in media, tra il costo orario di un lavoratore dipendente e quanto fatturato dall’agenzia di somministrazione c’è una differenza di circa 5 euro orari. Questo significa che utilizzare per un mese intero un lavoratore somministrato, al solo scopo di avere maggiore flessibilità, le aziende devono sopportare un ulteriore costo di circa 865 euro. Se la riforma, oltre alla flessibilità, porterà anche risparmio, ci saranno maggiori risorse da utilizzare per lo sviluppo dell’impresa o da distribuire ai lavoratori stessi».

IL PUNTO DI VISTA DEI LAVORATORI – Secondo i protagonisti dell’accordo di Vicenza, l’assunzione diretta a tempo determinato fa sentire meno precari, all’interno dell’organico aziendale, con maggiori possibilità di essere successivamente trasformati a tempo indeterminato. E con maggiore facilità di accesso al credito o a mutui.

«L’obiettivo è stato puntare alla stabilizzazione dei precari: chi aveva alle spalle una anzianità notevole, doveva poter diventare a tempo indeterminato – spiega Antonio Bertacco della Uil – A distanza di tre mesi da quella firma siamo a 33 trasformazioni di contratti in tempo indeterminato, ben più dell'obiettivo iniziale. Tutte competenze che sono state rese stabili. In questa azienda c’è una formazione prevalentemente pratica, un addestramento iniziale seguito da un affiancamento con operatori esperti, e prima la prospettiva era di rimanere sempre nel limbo. Questa formula funziona se c’è serietà nell’applicazione da entrambe le parti, e certamente se non diventa una scorciatoia».

Se ci sono altri casi di contrattazioni innovative, per favore segnalatele anche via mail (barbara.ganz@ilsole24ore.com)