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I detenuti chef hanno tolto la divisa: si ferma il lavoro in carcere (ovvero come affossare un modello imitato anche all’estero)

Neanche un mese fa, nei giorni di Natale, al carcere Due Palazzi di Padova erano arrivate le troupe della Nbc e di una televisione giapponese: filmavano i detenuti al lavoro nelle cucine, un modello studiato e imitato anche all’estero. Eppure qui, mercoledì 14 gennaio, è andato in scena il “penultimo pranzo”, al quale hanno partecipato oltre 150 tra autorità, esponenti della società civile, imprenditori, istituzioni. Oggi, la divisa da cuochi ha lasciato il posto all’uniforme del carcere.

Cosa è accaduto? Nel 2003 il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia) aveva avviato un progetto sperimentale. Dieci cooperative sociali avevano preso in gestione le mense di altrettanti penitenziari d’Italia offrendo un lavoro ai carcerati. Un lavoro vero e proprio, con periodi di formazione per i neo assunti, affiancamento a professionisti, adeguamento agli standard di qualità e sicurezza, stipendi altrettanto “veri”. I risultati? Qualità, tempo speso in modo costruttivo e rieducativo, acquisizione di competenze per il reinserimento sociale (il lavoro, dicono i numeri, abbatte la recidiva), per non parlare del risparmio per lo Stato e i cittadini.
Il 31 dicembre 2014 è scaduto l’affidamento del servizio. Direttori di carceri e di cooperative avevano iniziato sei mesi prima a chiedere un rinnovo , ma è arrivata solo una mini proroga.

</span></figure></a> Al lavoro con i camici da cuoco
Al lavoro con i camici da cuoco

E ora si chiude: «In Italia 170 persone più una quarantina di operatori esterni perderanno il posto di lavoro, e termina ingloriosamente una buona prassi che ci invidia tutto il mondo. È anche, forse ma speriamo di no, l’inizio del delinearsi di un vero e proprio smantellamento del lavoro penitenziario», dice il Coordinamento delle Cooperative in un comunicato.
Il sistema del lavoro in carcere in Veneto è (era?) consolidato, con una varietà di produzioni.
L’apporto di professionisti e aziende, anche.
Questo stop metterà a rischio metà delle dieci cooperative che gestiscono le cucine di altrettanti istituti: non Padova, dove la pluripremiata pasticceria e le altre lavorazioni proseguiranno, ma mancherà l’apporto di professionisti esterni, le collaborazioni, l’apertura, la prospettiva.

</span></figure></a> Senza la divisa da chef
Senza la divisa da chef

Terminato il penultimo pranzo, i lavoratori delle cucine hanno deposto le eleganti divise bianche da cuoco per indossare il camicione bruno delle lavorazioni cosiddette intramurarie. «Il servizio continuerà», assicura il direttore dell’istituto, Salvatore Pirruccio. «Purtroppo però così perdiamo un’esperienza vincente, che ha dato risultati encomiabili». Sarà tutto più difficile, a iniziare dai venti detenuti licenziati. Proprio loro hanno raccontato l’esperienza fatta fin qui agli ospiti del “penultimo pranzo”: «Abbiamo conosciuto “civili” che ci hanno trattati come persone», dice Federico. «Abbiamo imparato un lavoro come si deve», aggiunge Biagio. Valentino, proveniente dalla Nigeria, osserva che «far sparire le cose belle è fin troppo facile». Elton, albanese, ringrazia: «Grazie per la fiducia che avete avuto in me in questi anni». Anche gli amici lavoratori degli altri settori – call center, biciclette, valigie, pasticceria – esprimono solidarietà e preoccupazione.
Ed Elio, il detenuto che parla a nome dei pasticceri, parla di speranza: «Tra tante cattive notizie, ve ne do una buona. Oggi ho saputo che un nostro collega albanese, uscito dal carcere qualche mese fa, ha aperto una pasticceria nel suo Paese».