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Parchi e spiagge, piste ciclabili e case di riposo: a NordEst i Comuni siglano protocolli apripista (e a costo zero), profughi già al lavoro per la collettività

La staccionata da tinteggiare, il piazzale dell’ospedale da ripulire, la pista ciclabile e il cimitero che hanno bisogno di manutenzione e le mura della casa di riposo da ridipingere.
A Nogara, provincia di Verona, si è tenuta una riunione dietro l’altra, con la prefettura e con l’associazione che si è occupata dell’accoglienza dei migranti, in due alberghi della zona. Il risultato è un protocollo che muove oggi i primi passi e che tiene conto di due esigenze del tutto diverse: «Da un lato la solidarietà, il bisogno di integrazione. Dall’altro i malumori di chi vede questi giovani uomini bighellonare tutto il giorno per le vie del centro. Di fatto, la legge non prevede che possano prestare una normale attività lavorativa finché sono nell’attesa del riconoscimento o meno dello stato di rifugiati. Una procedura che può richiedere mesi. Abbiamo cercato una soluzione, magari potrebbe servire ad altri», spiega il sindaco Luciano Mirandola, a capo di una giunta, come la definisce lui, “buon minestrone” di elementi diversi.

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Il protocollo messo a punto con la Prefettura, e che sarà applicato anche nella vicina Sorgà, prevede lo svolgimento di «attività lavorative di pubblica utilità e di interesse generale, individuate dalle amministrazioni locali». Un principio applicabile ai migranti, ma anche «per il riavvicinamento al mercato del lavoro dei disoccupati gravemente a rischio di esclusione sociale e lavorativa».
Ai comuni apripista non costa sostanzialmente nulla: «Qualche giubbino catarifrangente ed eventualmente le scarpe anti infortunio previste dalla legge».

Loro, tutti giovani provenienti da Pakistan e Africa SubSahariana, «non vedono l’ora», garantisce Francesco Caso, il responsabile della Coop che li segue. Perché le giornate non passano mai. Sono state create squadre di 5 persone, tenendo conto delle etnie, delle sensibilità diverse, ma anche di professionalità già esistenti o da costruire. Il primo compito è stato suddividere responsabilità e gerarchie tenendo conto anche delle difficoltà di comunicazione linguistica tra le persone.

L’accordo ha richiesto un paio di mesi di lavoro. Fra le iniziative individuate, manutenzione e abbellimento dell’ambiente urbano e rurale (ripulitura e verniciatura panchine, raccolta di rifiuti,l pulizia di aree verdi), custodia e vigilanza, anche supporto per eventi o feste cittadine. «Se si facilitano momenti di vita in comune, dove le cose appartengono a tutti, si risolvono incomprensioni e rifiuti», si legge ancora nel testo, che si rivolge da un lato ai migranti, dall’altro ai cittadini. «Chi viene accolto lavora per la collettività: ci sembra un approccio corretto per affrontare, almeno temporaneamente, l’emergenza».

</span></figure></a> Primo giorno di lavoro a Lignano
Primo giorno di lavoro a Lignano

Il lavoro per chi è arrivato in Italia seguendo il flusso migratorio è agli inizi in Veneto, dove finora si sono svolte solo attività di volontariato (come la pulizia della spiaggia di san Nicolò, al Lido). Nel vicino Friuli VG, dove l’accoglienza segue un modello “diffuso” che migliora anche il controllo sociale, si contano già numerosi casi:  Nimis, Venzone, Lignano, e poi Palmanova e San Vito al Torre. Qui integrazione e accoglienza passano per protocolli che prevedono il lavoro, a titolo gratuito, in aree che potrebbero essere omogenee per più territori.

A Lignano, ad esempio, dopo una breve formazione i profughi hanno sistemato il lungomare; il Comune ha fornito rastrelli, pettorine e guanti. Assocurazione e lezioni di italiano sono state messe a disposizione dalla Croce Rossa. Al fianco dei giovani, i volontari dell’associazione Menti Libere: «Abbiamo lavorato con loro, insieme a mediatori e interpreti – racconta Mauro Davide, 28 anni, universitario – Sui 92 ospiti a Lignano, in 75 hanno detto sì al lavoro volontario: volevano sentirsi utili e manifestare gratitudine nei confronti della comunità che li stava ospitando». Un’esperienza durata due mesi, e conclusa da pèoco con il trasferimento dei profughi in altre località in vista dell’apertura della stagione balneare.

  • nora |

    mi sembra il MINIMO: e se sgarrano.. A CASA!

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