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Nel “modello Treviso” una soluzione per le domeniche aperte nei negozi (maggiorazione economica o tempo da destinare al riposo)

Una soluzione, a Treviso, l’hanno trovata: qui, nel 2015, Confcommercio e Cgil, Cisl e Uil della provincia hanno dato vita al “contratto integrativo territoriale” firmato da Unascom e Parti sociali per gestire il lavoro domenicale.

Al primo posto la flessibilità d’impresa, ma coniugata ai diritti dei lavoratori con il riconoscimento anche della “stagionalità” come elemento specifico di programmazione imprenditoriale a tutela e incremento dell’occupazione. In particolare le aperture festive sono – per le aziende del commercio aderenti all’associazione, quasi 20mila – articolate su 21 domeniche, limite oltre il quale scatta la maggiorazione economica. Una maggiorazione stabilita nel 35%, ma con la possibilità di scegliere, al posto dell’entrata economica, di ricevere tempo da destinare a riposi compensativi (in questo caso la percentuale sale al 40%). Un contratto e un punto di riferimento sui cui la provincia di Treviso fa – ancora – da apripista. Ore di riposo, ulteriori rispetto a quello compensativo, al posto del compenso in denaro.

Un equilibrio che ha dato i suoi frutti.

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“Il dibattito apertosi intorno ad orari ed aperture domenicali – dice Renato Salvadori, presidente Unascom-Confcommercio Treviso – ha costruito squadre di tifoseria contrapposta. Come se una questione fondamentale per il commercio, la sua tenuta ed il suo sviluppo futuro possa ricondursi semplicemente ad un referendum pro o contro la comodità dell’acquisto festivo. Abbiamo a suo tempo duramente contestato la riforma Bersani, ritenuta pericolosa in termini di despecializzazione, eccesso di offerta e quindi destabilizzazione del mercato, avvisando che avrebbe presentato un conto salato ad operatori e consumatori. Così è stato. Con una ricaduta molto pesante a giudicare dal numero di chiusure nei centri storici ed urbani; cui va sommato il mezzo disastro in termini di minore o mancato servizio commerciale reso alle periferie. Ciononostante, oggi possiamo dire che, sia pur faticosamente, il comparto ha raggiunto un proprio equilibrio tra costi e benefici. E quindi mal sopporterebbe, sul tema degli orari che è uno degli aspetti fondamentali della competitività aziendale, una retromarcia normativa costruita sui principi e non su dati di fatto. Con il rischio che, senza realmente tutelare nessuno, si aggiungano costi ed inefficienze di gestione, che potrebbero addirittura peggiorare tempi di vita e di lavoro per lavoratori ed imprenditori”.

Preccuopano in particolare le bozze di provvedimento che girano, “a cominciare dalla distinzione tra comuni turistici ed i rimanenti; tra centri importanti e periferie dimenticate. Quindi una competizione sbilanciata che rischia di farsi ancora più scomposta nel rischio di un’autonomia senza regole, conferita ai comuni. Confusione, poca coscienza o semplicemente ricerca di un consenso che, fermandosi alla superficie, rischia di scontentare i più facendo, in ultima analisi, un pessimo servizio a cittadini e consumatori? L’economia non si crea con le leggi, ma si aiuta con provvedimenti equilibrati pensati per risolvere le questioni anziché crearle. E il mercato ha delle regole che non possono essere saltate. A rischio della sua stessa distruzione”.

Il modello Treviso, sottolinea Salvadori, “dimostra che Confcommercio e Sindacato non inventano l’acqua calda, ma se messi nella condizione, fanno il proprio mestiere dando risposte concrete a problemi veri. In modo efficace perché conoscono il territorio e le sue esigenze, ascoltando i lavoratori e le imprese. Senza fare promesse elettorali. Se, come purtroppo sembra, la crisi non è finita, occorre guardare al mercato, tralasciando la ricerca del consenso, orientandosi alle soluzioni di lungo periodo. Occorre tutelare i consumatori più deboli ed anziani soprattutto se vivono nei paese e nelle periferie; facilitando il fisiologico ricambio imprenditoriale, recuperando la voglia dei giovani di trovare occupazione nel commercio. E’ così, e solo così, che si creano sviluppo ed occupazione”.

In questo senso “il contratto integrativo territoriale è un segnale concreto che aiuta lo sviluppo del territorio in un’ottica di flessibilità mettendo al centro le imprese ed i lavoratori, ma perché non resti un insieme di norme evolute in un mondo fermo ed ingessato, bisogna che i principi contenuti nei nostri accordi vengano metabolizzati dalla comunità tutta, che deve porre in essere anche altri strumenti di conciliazione vita lavoro ed incentivare il welfare in tutti i modi. Quindi anche altre Istituzioni devono fare la loro parte, senza fermare un meccanismo che Unascom-Confcommercio e Parti Sociali hanno avuto il merito di avviare”.

Il lavoro festivo (non domenicale) è stato ed è al centro di molte discussioni: a tre commesse trentine è toccato battersi e ottenere una sentenza favorevole che dava loro ragione nella contesa contro l’azienda per cui lavorano; battaglia vinta in primo grado e poi in appello: secondo il giudice si tratta di un diritto soggettivo, per cui  la rinunciabilità al riposo nei festivi è rimessa solo all’accordo fra le parti.