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Il paradosso delle aziende con esuberi al fianco di quelle che non trovano personale

Nel primo trimestre 2019 sono state 49 in Veneto le comunicazioni di avvio delle procedure di crisi aziendale; erano state 57 nello stesso periodo del 2018, ma il numero di lavoratori coinvolti è in aumento, da 1.408 a 1.549, perché aumenta la dimensione delle aziende coinvolte. Una mappatura aggiornata a luglio 2019 e curata dall’osservatorio Cisl del Friuli VG fotografa invece 67 aziende coinvolte da percorsi di crisi, con 5.851 addetti sotto ammortizzatore sociale o già sottoposti a procedura di licenziamento.

È in questo quadro che la soluzione della vertenza Unilever del sito di Sanguinetto, Verona, può diventare un modello da seguire. Lo hanno definito il primo esperimento di FoW (Future of work) in Italia, con l’approvazione nelle assemblee, del 100% dei lavoratori che si erano battuti per la salvezza del posto. Un modello – quello che prevede il travaso di lavoratori dalle aziende alle prese con esuberi a realtà in crescita sullo stesso territorio – che era già stato tentato altre volte.

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Lavatrici e pizze surgelate

Nel vicino Friuli VG, nel 2017, un accordo quadro fra Electrolux Italia, che a Porcia di Pordenone produce lavatrici, e Roncadin Spa (produzione di pizze surgelate) aveva ipotizzato un passaggio del personale eccedente (circa 80 persone). Roncadin aveva attivato una vera e propria corsia preferenziale, anche alla luce dell’avvio di una nuova linea produttiva. Era previsto un colloquio di valutazione iniziale, un periodo di prova al massimo di due mesi e poi l’assunzione a tempo indeterminato. L’operazione non ha dato i risultati sperati: alla fine nessun lavoratore Electrolux ha richiesto di passare a Roncadin. A pesare l’uscita da un gruppo multinazionale, visto un po’ come un salto nel buio, e anche la difficoltà di passare da un settore a un altro anche senza particolari penalizzazioni economiche. L’adesione era comunque su base volontaria, e sull’altro lato della bilancia c’era un sostanzioso incentivo a lasciare il posto di lavoro. C’è anche chi con quella somma ha aperto una attività in proprio, reinventandosi imprenditore.

Cassa integrazione e pregiudizi

Tornando in Veneto, nell’estate 2018 si era creato un tavolo di lavoro per la ricollocazione di 93 esuberi della Wanbao ACC di Mel (produzione di compressori), risultato del nuovo piano di industrializzazione. In passato la stessa ACC aveva assorbito lavoratori in eccedenza di altre realtà, assumendosi anche un ruolo di responsabilità sociale, ma in questo caso la strada si è rivelata in salita. Nella valutazione delle imprese, a volte, subentrano pregiudizi e resistenze: ad esempio sulla possibilità di integrare in un nuovo contesto personale che viene da lunghi periodi di ammortizzatori sociali. «A mio parere si è trattato di un grossolano errore – spiega spiega Luca Zuccolotto, già segretario generale della Fiom Belluno e ora componente della segreteria Fiom a Verona: un osservatorio privilegiato su alcune vertenze simbolo del recente passato – Conosco bene la situazione della ex Zanussi, ora ACC Wanbao, ho visto passare quella realtà da quasi 1.900 addetti nel 1996 ai meno di 300 di oggi. So che il personale, anche quello che non ha ricevuto offerte di ricollocazione dalle aziende della zona, aveva una grande professionalità, e una capacità di lavoro su pezzi di grande valore aggiunto, praticamente il “cuore” del frigorifero, a ritmi di uno ogni sei secondi. Che l’essere usciti da una lunga cassa integrazione li abbia penalizzati è un paradosso e uno spreco di professionalità».

Per ACC a dare qualche disponibilità erano state allora praticamente solo le associazioni artigiane: «In questi casi la Regione Veneto mette a disposizione dei fondi per la formazione e riqualificazione, ma di fatto non esiste alcun obbligo per le imprese a riassorbire personale in esubero. Ne abbiamo parlato anche con i Centri per l’impiego: se questi potessero collocare con certezza almeno un 5-10% di chi arriva da una crisi aziendale il problema sarebbe praticamente risolto». In generale, spiega Zuccolotto, a pesare nella soluzione è il punto di partenza della crisi: «Quando sei in un grande gruppo, una multinazionale, sai che c’è sempre una possibilità di riduzione degli esuberi, che non sono individuati nel dettaglio: facile pensare “non toccherà a me”, e questo riduce la propensione ad uscire prima di un obbligo preciso». Anche così si spiega la diversa soluzione dello stabilimento Ferroli di Alano di Piave, Belluno, dove si è saputo da subito e con certezza che si andava incontro a una dismissione totale. Per la storica azienda metalmeccanica, e per i 104 dipendenti licenziati, si era mobilitato l’intero tessuto sociale ed economico del Feltrino, mentre la Regione Veneto aveva messo in campo corsi di formazione e sostegno al ricollocamento. Alla fine la gran parte degli addetti ha avuto una nuova opportunità. Un altro stabilimento Ferroli, quello di San Bonifacio (Verona), è invece stato parzialmente salvato da 62 due dipendenti con una operazione di workers buy out: dal vecchio reparto fonderia così è nata la cooperativa Fonderia Dante (nella foto il taglio del nastro).

Gli ostacoli ai trasferimenti

da azienda ad azienda

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Non è un caso se proprio in Veneto si sperimentano soluzioni innovative: qui esiste un tessuto di relazioni maturo, fra proprietà e sindacati, che guarda oltre la singola crisi, e sempre qui opera una vera e propria task force. Si tratta dell’Unità di crisi, una struttura snella (tre persone) che dal 2012 al 2018 ha gestito, direttamente o sedendo a tavoli locali, regionali o nazionali – 197 vertenze, di cui 45 in collaborazione con il Mise. «Non bisogna mai dare per scontato che il mercato del lavoro sia a vasi comunicanti – avverte Elena Donazzan, assessore al Lavoro – Spesso assistiamo al paradosso di aziende che cercano personale a fianco di quelle interessate da licenziamenti. Come riduciamo questa distanza? Con le politiche attive. Il Veneto ha un’apposita voce di bilancio, 1 milione implementabile, per la formazione e iniziative di reindustrializzazione». Il punto cruciale è l’essere andati oltre quello che prevede la norma nazionale: «Nella firma degli accordi inseriamo un impegno specifico a farsi carico dei posti di lavoro persi: è un impegno morale, come quelli assunti al Mise, ma che sta dando risultato importanti. E dove le aziende hanno disponibilità di bilancio sono loro stesse a metterci i fondi necessari, liberando quelli regionali per altre situazioni».