#Romanzocollettivo Cap. 4 – Il nostro mondo non ha mai visto così tante opportunità. Ragazzi, non fatevi spegnere

Questo è il 4. capitolo del #romanzocollettivo, che si va componendo (qui gli altri capitoli, e la spiegazione di come partecipare). Il capitolo 3 aveva un forte contenuto di rimpianto per il Nordest come era in passato; sembra quasi una risposta questo scritto frutto di una conversazione con Roberto Siagri, fondatore di Eurotech. Buona lettura (l’indirizzo mail è romanzonordest@gmail.com).
Volevamo fare computer, made in Carnia: e non volevamo doverci preoccupare che qualcuno potesse imitare il nostro prodotto, volevamo che fosse sempre e comunque un passo avanti.
I computer sarebbero usciti dagli uffici, avrebbero invaso tutti gli spazi: Eurotech è nata su questa intuizione, nel 1992.
Eravamo in cinque: tutti usciti da un’altra azienda, ma gradualmente, per non metterla in difficoltà e non rischiare di fare, noi stessi, il passo più lungo della gamba. Avevo pensato che fosse la fabbrica il posto giusto nel quale portare i nostri pc, efficienti nonostante le dimensioni ridotte, poi un imprenditore veneto mi ha aperto gli occhi: guarda qui, guarda quanto spazio, perché dovrei spendere per un computer piccolo che mi costa più di uno grande? Ho capito che dovevo puntare su ambienti piccoli, e i primi sono stati gli autobus del trasporto pubblico, che avevano solo un sistema radio digitale. Avevamo trovato un mercato.

roberto-siagriIn America c’era un consorzio che puntava sugli standard, per portare i pc nati negli uffici anche altrove, senza dover creare sempre nuovi software: siamo andati a vedere le richieste che avevano, e — allora c’era la liretta, era facile competere — gli abbiamo proposto i nostri pc.

Non ci credevano: voi siete italiani, fate bene la pizza, i vestiti, ma la tecnologia, quella no. Anche adesso c’è un problema di brand Paese: basti vedere quanto si investe in questo settore.

Oggi siamo un gruppo internazionalizzato: più in Giappone e in America che qui. Nel 2001 abbiamo aperto ai fondi di investimento, nel 2005 ci siamo quotati in Borsa, abbiamo fatto aumenti di capitale.
Siamo una fabbrica delle idee, più che degli oggetti: per fare i pc serve il silicio, ma nessun produttore — se non è Apple — se lo fabbrica da sé, si affida a terzi.

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Roberto Siagri

Il nostro nome non si vede: i nostri computer sono embedded, nascosti, un termine che molti nemmeno conoscevano. Ma c’è Eurotech nei treni Alstom o nelle apparecchiature per la risonanza magnetica Hitachi, solo per fare due esempi. La nostra idea — il pc pervasivo, ovunque — si era realizzata, e la miniaturizzazione era compiuta. Un cellulare da 200 euro di oggi è più potente dei primi computer grandi come una stanza. Solo che adesso abbiamo 50 miliardi di dispositivi: come li connetti? Come li fai comunicare?
L’industria 3.0 ha reso intelligenti le macchine, la quarta rivoluzione è coordinarle.

Un esempio? Per Ariston Thermo abbiamo messo a punto una caldaia che prevede quando sta per rompersi e ordina il pezzo mancante: così il tecnico arriva con il ricambio giusto. Pensiamo a una fabbrica: anche adesso le macchine producono una quantità di dati, ma serve un essere umano per raccoglierli a mano. La prospettiva è passare dal possesso all’uso; pago quello che mi serve, come è già adesso per le fotocopiatrici, guardi il numero delle copie fatte e quello basta. Bmw lo ha già detto: l’obiettivo non sarà più vendere le auto.

Ogni rivoluzione industriale ha migliorato la situazione del pianeta, e questa è una rivoluzione sostenibile, cambia la catena del valore.

Prendi Air Bnb ad esempio: senza tirare su un solo muro ha trasformato l’accoglienza.
Prossima tappa il 2025: allora per mille euro potremo comprare un computer con la potenza della mente umana. Ecco perché allora sarà disponibile la macchina che si guida da sola; lo farà un computer, che oggi esiste ma è troppo grande, e troppo costoso. E nel 2050, se il progresso andrà a questi ritmi, un pc da mille euro avrà la potenza di calcolo di tutti gli abitanti del pianeta.

C’è il rischio che le macchine prendano il sopravvento? Io ho una visione positiva: saremo sempre più legati alla tecnologia, ma in fondo il nostro Dna non è perfetto. Se ci tagliamo un dito, non si può riparare: e poi ci ammaliamo, e soprattutto invecchiamo. Niente di particolarmente efficiente, no?

Oggi ci fa paura un virus come Zika; ma se avessimo a disposizione una grande potenza di calcolo, in poche ore si potrebbero fare test che oggi richiedono settimane o mesi, e senza cavie, capire qual è la cura giusta, le dosi, gli effetti. Se potessimo inalare un nanorobot come medicina, non avrebbe gli effetti collaterali che hanno alcuni farmaci oggi: colpirebbero solo il bersaglio, senza sparare nel mucchio.
Certo, è un cambiamento talmente grande che è inimmaginabile: è come quando cambi stato, da liquido a solido, e non sai come potrà essere. Una discontinuità come non c’è mai stata.

In Eurotech siamo in 380, di questi in Italia sono 80. Nella ricerca e sviluppo abbiamo 120 persone: arrivano da tutto il mondo. Molti sono italiani che hanno fatto esperienza all’estero: paradossalmente è più difficile assumere un genovese che non si è mai mosso, perché chi ha lasciato una volta l’Italia non ha il vincolo delle radici, e magari ha anche piacere di portare qui quello che ha imparato.
Ma non li chiamo cervelli di ritorno, sono talenti, solo questo: in fondo la Repubblica di Venezia faceva così, mandava le teste migliori fuori, perché imparassero. Il vero problema è un sistema Paese che non attira le eccellenze dall’estero: perché se la nostra migliore università è la 150.esima nella graduatoria, chi la sceglie?

La tecnologia in Italia non è vista come una risorsa, come qualcosa che può trascinarci fuori dalle difficoltà. Eppure, provate a confrontare la spesa in tecnologia e il Pil dei diversi Paesi: è incredibile quanto siano legati a doppio filo, Italia a parte.
A parte tutto, questo è il momento in assoluto migliore che il mondo abbia mai vissuto. È vero che c’è ancora povertà, e che troppe persone non hanno accesso a cure e istruzione: ma sono sempre meno, e sempre meno saranno. Lo so, vediamo le cose negative e non crediamo al progresso: ma è una questione di amigdala, è la nostra natura che, per difesa ci fa vedere le minacce più delle opportunità. Le buone notizie nemmeno le vediamo.

Io ho due figli, 23 e 25 anni. Uno suona il violoncello, uno studia chimica. Fanno altro, ma non ho mai pensato che l’azienda fosse un “affare di famiglia”. Non li sgrido mai perché smanettano con cellulare: vorrei lo facessero di più. Questo è quello che racconto ai ragazzi e alle ragazze quando mi chiamano nelle scuole: il futuro non deve fare paura, neanche quando le macchine si produrranno da sole e noi dovremo venirci a patti. Troveremo un modo, in fondo abbiamo già messo sotto controllo la nostra natura: una volta ci si uccideva per nulla, ora la ragione vince, o almeno più spesso che nei secoli passati.

Una volta un giovane mi ha fermato alla fine dell’incontro:lei ci ha parlato di sogni, mi ha detto. Non è vero, questa non è mica Star Trek. Ho parlato di cose che potreste fare voi, e se non le farete voi le farà qualcun altro, magari in India. Ragazzi, non fatevi spegnere.